Un caffè al Parlamento Europeo assieme a Pietro Paolo Mennea

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La cravatta mi stringeva il collo accerchiato da una camicia bianca. In mano avevo un documento scritto in 10 lingue che più o meno non diceva nulla, ma dovevo leggere in una qualsiasi di quelle lingue. E lo dovevo fare in fretta. Era primavera e sembrava estate. L’edificio del Parlamento Europeo di Bruxelles si stava pian piano svuotando, perché di li a poco sarebbe terminata la V legislatura.

In quel bar immenso dal quale si domina lo splendido Parco Leopold c’erano forse tre o quattro persone e un silenzio e una tranquillità che spiegava la fine di qualcosa. Bevevo caffè come un accanito fumatore, quei tempi. Caffè americani, allungati con latte in polvere, che illudono l’olfatto e mortificano il palato, magari accompagnati da cioccolatini sbriciolati, e il peso forma sempre più difficile da tenere sotto controllo.

Quel pomeriggio tardi, pensandoci bene, aveva tutte le caratteristiche necessarie per presagire un colpo di scena. Uno di quei momenti della vita che se poi lo racconti ti guardano tutti sorridendo, pensando che stai raccontando una fesseria. E il colpo di scena è arrivato, al banco di quel bar un uomo si è fatto servire un “caffè corto, per favore e senza latte”. Era Pietro Paolo Mennea, in giacca e cravatta anche lui.

Ci ho passato l’infanzia con il mito di quell’uomo di Barletta. Piccolo, gracile, un tipo di poche parole che abbandonava i blocchi di partenza sempre un poco in ritardo, molto spesso finendo per riprendere tutti i suoi avversari mezzo centimetro prima del traguardo. In quel modo vinse i 200 metri alle Universiadi di Città del Messico del 1979, con un tempo talmente inarrivabile per quell’epoca, che ci sono voluti decenni e almeno 20 chili di muscoli in più per superarlo, comunque, non di molto. Quell’uomo che avevo maldestramente imitato da bambino, sognando di corrergli accanto, quel pomeriggio accanto a me c’era veramente.

Alla fine, siamo rimasti seduti assieme almeno un’ora. La sua voce debole e lenta, pause di qualche secondo prima di parlare, sembravano talmente lontani da quei 200 metri bruciati in 19,72! Diceva di non essere mai stato uno troppo sveglio – quello che oggi si chiama “tipo cognitivo lento” – ma tenace, fino all’inverosimile, con una incredibile voglia di arrivare fino alla fine. I suoi occhi teneri e costantemente fissi verso l’infinito riflettevano ogni singolo dettaglio espresso dalle sue parole: il passaggio dall’atletica alle professioni e alla politica, attraverso quattro lauree e una onestà e lucidità di pensiero che non si erano mai sottomessi al compromesso.

Quel pomeriggio del record era ancora uno studente, racconta, c’erano tutte le condizioni per fare bene, ma la vita non va mai come l’hai programmata, piuttosto, ti impone di prendere decisioni rapide che poi possono condizionare quello che accadrà dopo. Una piccola scivolata iniziale e un capolavoro di equilibrio e distensione che nella corsa di Mennea trasformavano la curva in rettilineo.

Si allenava 5 ore al giorno, tutti i giorni, perché il suo fisico e la sua indole non gli permettevano una vita di rendita. In partenza, come era accaduto alla sua nascita, qualcosa spesso gli andava storto, imponendogli recuperi e volate da brivido. Quella era la sua forza, ripete costantemente, mentre i nostri caffè si raffreddano e diventano il contorno perfetto per una chiacchierata tra due italiani in terra straniera.

Il record del mondo lo aveva fatto piangere, in quello stadio vuoto, lontano dalla sua Puglia e dalla sua famiglia. La medaglia d’oro alle Olimpiadi di Mosca, giusto l’anno dopo, il punto più alto di una carriera tra le più longeve nella storia dell’atletica. Ore di allenamento ma sempre almeno un libro nello zainetto, magari di economia, di giurisprudenza o di storia, perché le Olimpiadi sono nate in Grecia, dove lo sport era cultura e la cultura dello sport era arte.

Le ultime gare, spiega, sono state una sfida tra lui e un trentaseienne che voleva testare gli effetti psicodinamici del tempo sulla prestazione sportiva. L’ultima edizione delle Olimpiadi alle quali ha partecipato è del 1988, quella di Ben Johnson e Florence Griffith, e dei 200 metri finali di Mennea. La freccia di Barletta lascia uno sport ormai definitivamente in mano alle grandi multinazionali sponsor degli eventi, schiavo di compensi poco tempo prima impensabili che inducono gli atleti ad assomigliare più a culturisti che a corridori.

Finiamo di bere il caffè, ormai è tardi e ora di uscire da quella immensa macchina che è il Parlamento Europeo. Con entrambi le mani, Mennea stringe la mia e ringrazia per quella chiacchierata, perché tra le sue qualità c’era anche la curiosità genuina nell’ascoltare altre esperienze, altre storie, altre vite: lui, uomo che nella sua camminata aveva mantenuto i piedi ben saldi al terreno. Saluta guardandomi dritto negli occhi e promette che il prossimo caffè lo avrebbe offerto lui. Non l’ho più rivisto, dopo quel pomeriggio. Non c’è mai stato un secondo caffè. Di quell’incontro ricordo bene la sua voce bassa e i suoi movimenti lenti.

Mennea è stato un uomo che ha insegnato come la volontà e la determinazione possano permettere di vivere nel corso delle stessa esistenza, diverse vite, e tutte di successo. Un uomo nato gracile ma capace di correre veloce come nessuno sarebbe più riuscito per decenni, un uomo che ha usato le vittorie sportive per creare una seconda vita, dedicata all’insegnamento e ad aiutare gli altri, sottovoce, senza far rumore. Questo è stato Pietro Paolo Mennea.       

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