Voleva solo salire in braccio

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bambino-che-vuole-salire-in-braccio-«Mammà, voglio salire in braccio».  Antonio, detto Tonino, lo ripete due volte. Forse un po’ si vergogna, perché mentre lo dice, non fa che nascondersi dietro la gamba del fratello maggiore.  Tonino, però, non ha motivo di arrossire: a occhio e croce ha meno di sei anni, e a sei anni certe attenzioni si desiderano come per imposizione della natura. Il fratello di Tonino ha stampato sul viso l’imbarazzo di chi sta in mezzo, tra la madre che non sente, o fa finta di non sentire, e il fratellino querulo.
«Ma, mamma, io voglio solo salire in braccio».
La mamma guarda Tonino.  Gli sorride. Gli dice in dialetto  napoletano che deve finirla di lagnarsi  e che deve camminare, come tutti i cristiani di questo mondo. Tonino si offende. Fissa la madre smarrito, come a risponderle che vuoi ne sappia io del mondo, io sono solo un bambino.   Il fratello, quasi autorizzato dal diktat materno, afferra il fratellino per il braccio. Tonino quasi barcolla sollevato d’un tratto dalla forza del ragazzino, poi cammina, tipo una formica costretta ad incalzare per evitare di finire male.
La mamma avanza spavalda tra la folla della stazione e precede i piccoli. Ricorda una leonessa che, senza ruggire, marca il territorio e scherma i cuccioli con la sua presenza.  Non è alta questa mamma e nemmeno bella. Le unghie smaltate a chiazze sono il corollario di tante fatiche casalinghe, e fanno il paio con un corpo tozzo, chiuso in una tuta grigia e un giubbino nero.
«Vi muovete?»
La signora si rivolge ai bambini, che quasi ruzzolano per non scomparire nel risucchio della folla dei pendolari ciechi.
Tonino, il fratello e la loro madre raggiungono l’uscita della stazione. Fuori ad attenderli c’è Enzo, padre e marito. Enzo è alto, flessuoso come una spiga di giugno. Ha i capelli ricci e gli occhi smarriti.  Non c’entra niente con la donna che più che sua moglie, sembra sua madre. L’unico ad assomigliare ad Enzo è Tonino: stessa aria afflitta, con la differenza che il piccolo non ha ancora smarrito l’incanto. Moglie e marito si abbracciano forte, quasi non si vedano da una vita, e forse è davvero così, chi può saperlo.
Tonino si stringe ad una gamba del padre: «Voglio venire in braccio». Enzo lo afferra per il busto minuto e lo alza. Sembrano una famiglia felice.
La donna senza nome guarda il marito: «Allora è tutto a posto?» gli chiede.
Lui abbassa gli occhi. Le confessa che non resiste ai comandi della padrona del bar dove lavora. Si gratta in mezzo alla barba e prende tempo.  Col piede disegna un cerchio. Rimette Tonino a terra e si infila le mani in tasca.  Racconta che la mattina aveva servito dei caffè in un ufficio e per un gesto impacciato aveva versato qualche goccia sul tavolo dove si era appoggiato.
«Mi hanno fulminato con lo sguardo per una goccia di caffè, e uno di quelli-non so chi fosse-ha precisato che avrebbe fatto la spia al bar. Era un cretino» dice.
«Ho pure chiesto scusa, ma quello non ha proferito parola e si è messo a ridere».
La moglie lo fissa, e lui incalza: «Non lo so, mi sento in un mondo senza giustizia, di matti senza cuore, di gatti senza dio».

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