Il 5 Luglio da Maradona a Cavani

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Sgombriamo la mente da ogni pensiero perverso: il calcio è uno sport, un passatempo, e come tale deve essere trattato. Ciò non toglie che qualche volta il calcio rappresenta per qualcuno più di quanto rappresenti per altri. A Napoli, per esempio, il calcio è quanto di più vicino ci possa essere ad una fede: l’unica cosa che permette ai napoletani di fuggire dalla realtà, che da queste parti poche volte è rose e fiori.

La storia del calcio a Napoli è lunga. Ad inizio secolo le squadre erano due: il Naples e l’Internaples. Poi nel 1926 Giorgio Ascarelli riuscì nell’impresa di farle fondere: così nacque l’Associazione Calcio Napoli, che nel 1964 assunse l’attuale denominazione di Società Sportiva Calcio Napoli. Il simbolo della città, il cavallo, fu degradato a “ciuccio” dai risultati non entusiasmanti dei primi anni.

Da allora di acqua ne è passata in riva al golfo: stadi diversi, dall’Arenaccia, allo Stadio Partenopeo, al Collana, al San Paolo; presidenti diversi, da Ascarelli al “Comandante miliardario” Achille Lauro, da Corrado Ferlaino ad Aurelio de Laurentiis; campioni diversi, da Sallustro a Jeppson, da Vinicio a Pesaola, da Altafini a Sivori, da Juliano a Savoldi, poi Krol, Careca e via via tutti gli altri fino ai giorni nostri.

Parlare di Napoli senza parlare di Diego Armando Maradona è però un’eresia. Questo stesso giorno, il 5 Luglio, del 1984 lo Stadio San Paolo si riempì di oltre ottantamila persone: non c’era una partita da vedere, ma un campione da abbracciare. Qualche palleggio di Diego bastò per convincere i napoletani che la storia sarebbe cambiata. Qualcuno aveva scritto: “Lo scudetto è un mare che non bagna Napoli”. Con Maradona in sette anni in Napoli vinse due scudetti, una coppa UEFA, una Coppa Italia ed una Supercoppa italiana.

Questo stesso giorno, il 5 Luglio, di quest’anno, invece, resterà probabilmente famoso per aver segnato l’addio (quasi) definitivo dell’unico altro campione che sembrava potesse paragonarsi in qualche modo a Diego: Edinson Cavani. El Matador uruguaiano sicuramente non è Maradona, ma è una macchina da goal formidabile e segnare più di cento goal in tre anni aveva fatto sognare i napoletani.

Questa notte, da quanto trapela, Leonardo si è presentato nella sede della Filmauro dal presidente de Laurentiis con un’offerta mostruosa, addirittura superiore alla famosa clausola rescissoria di sessantatre milioni di euro. Cifre spaventose che fanno storcere il naso ad i perbenisti: probabilmente tutti questi soldi servirebbero più alla città di Napoli che al Napoli calcio. Però sono sicuro che se questa mattina voi andaste a chiedere ad un qualsiasi edicolante di Napoli qual è la notizia più importante del giorno, questi vi risponderà che è quella su Cavani.

Questo è il momento giusto per vendere: per la società, perché tutti questi soldi il Napoli da Cavani non li ricaverebbe più, mentre ricavandoli ora potrebbe reinvestirli sul mercato per rinforzarsi, e per il giocatore, perché se non si è più convinti di voler restare in un posto le prestazioni rischiano di risentirne.

In definitiva sembra ormai certo che nel calcio non c’è più spazio per i sentimentalismi, perché il “dio denaro” sembra essere più forte di qualsiasi sentimento. Meglio non baciare la maglia allora, perché quella resta, i tifosi restano, i giocatori passano. Chissà che poi qualcuno non decida di smentirmi, qualcuno a caso, slovacco e con un 17 sulla schiena. Chissà.


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