La Grasse Matinée – E tu, sei più zucchero o tabacco?

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La sigaretta in bocca, surrogato tascabile ed occidentalizzato del sigaro, la tazzina di caffè ingollata in un istante. E poi le cioccolate calde quando fa freddo, e quant’altro.

Tutti vizi borghesi e capitalisti nati in seguito alla colonizzazione.

Non sarò la prima né l’ultima a parlare dell’analisi puntualissima di Fernando Ortiz in “Contrappunto cubano del tabacco e dello zucchero”, ma mi piace raccontarvelo come fosse una favola, un aneddoto, un piccolo spunto di riflessione, più che un saggio rilevantissimo quale invece è.

Ortiz scava a fondo la cultura cubana e conclude che i due prodotti – tabacco e zucchero – possano tracciare la storie a definirsi sintesi estrema dell’essenza cubana stessa. Complementari, danno voce all’isola Americana.

Il tabacco, virile o usato da rare donne azzardose e libertine, bruno, usato in riti d’iniziazione e quindi legato ai demoni che ogni uomo è portato a temere, offerto a Colombo dagli indios come loro più grande ricchezza.

Lo zucchero:femmineo, bianco – o marrone, se grezzo –, che riporta alla manna degli dei. Il tabacco che nasce già così, lo zucchero che si produce, il tabacco come vizio, lo zucchero come soddisfazione di una necessità fisiologica di carboidrati. Iil tabacco nietzschianamente apollineo, legato a riti, misteri, spacci; lo zucchero dionisiaco, pacifico, slegato da ogni tipo di ritualità. Sempre uguale, lo zucchero, mentre il tabacco si distingue per varietà, zona di produzione, annata, concimazione del campo da cui viene prelevato, suddiviso secondo ben sessantotto diversi tipi di pigmentazione che vanno dal biondo al bruno, sottomesso a novantadue processi di seleziona delle foglie.

Poi la rivoluzione: lo zucchero diventa anch’esso maligno, quando fermenta e si fa alcool. Acquavite, e ci si fa il drake con menta e limone, poi rimpiazzato dal daiquiri e da numerose altre bevande.

Il tabacco della cura pignola:ogni foglia è tagliata manualmente allo scattare del mezzogiorno con un apposito attrezzo affilato, valutata minuziosamente per dimensioni, spessore, e tutte vengono messe insieme in diversi “pilones” le costole sono usate soltanto per il rapè o per olii.

Lo zucchero della velocità: gli zuccherifici sono luoghi meccanizzati, in cui lo zucchero è subito spremuto affinché non si secchi, e si susseguono poi i processi di bollitura e cristallizzazione. Il taglio, al contrario delle foglie di tabacco, avviene grossolanamente, con il machete, con robuste braccia al lavoro.

Lo zucchero si suddivide in unità fisse, è soggetto a meccanizzazioni, capitalismo; il tabacco si ripartisce in tripas, che unità lo sono, sì, ma tutt’altro che fisse, e non ha quotazioni ufficiali in borsa, e rimane soggetto a contrattazioni personali, in balia dell’onestà dei singoli, o alle rispettive frodi e falsificazioni.

Lo zucchero, privo ormai di charme e arte, merce comune nella maggior parte dei paesi del mondo.

Il tabacco, aristocratico ed artistico, con una stuola di collezionisti feticisti al seguito.

Lo zucchero delle braccia, della schiavitù dei neri che ha segnato la sua bianca storia, l’estrema dolcezza del machete, della forza.

Il tabacco dell’intelligenza, della minuziosa ricerca della parte migliore.

 

Questo ci racconta Ortiz, e queste due sono le facce di Cuba, ma forse, ormai, del mondo.

Viene da chiedere ad ognuno: e tu, sei più tabacco o zucchero?

Eppure oggi nelle nostre cioccolate calde, nelle pause sigaretta a metà lavoro, nel caffè trangugiato di fretta all’alba, nello zucchero che ci lasciamo sciogliere, capita raramente di fermarsi a riflettere su quanto sia impossibile rinnegare le radici profonde di ciò che oggi ci nutre e ci sazia.

Oggi che il fumo è diventato nevrosi collettiva e nociva per la salute, così come il caffè, e lo zucchero soltanto portatore di diabete, si rimpiange il carico di valori che Ortiz ci racconta.

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da Avanguardie

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