Frammenti di una vita non vissuta – Le parole sono inerti?

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La creazione sembra nascere dall’imperfezione, -dice la ragazza nel video- sembra venir fuori da uno sforzo e dalla frustrazione, ed è così che secondo me è nato il linguaggio. Cioè: è derivato da un forte desiderio di trascendere il nostro isolamento per comunicare in qualche modo gli uni con gli altri. E probabilmente è stato facile, è stata una semplice questione di sopravvivenza. Per dire “acqua” abbiamo prodotto questo suono e per dire “c’è una tigre dietro di te” abbiamo prodotto un altro suono. Ma quello che davvero è interessante, secondo me, è il fatto che noi usiamo lo stesso identico sistema di simboli per comunicare tutti i fenomeni astratti e intangibili che si presentano nella nostra vita. Come si esprime la frustrazione? Come si esprime la rabbia o l’amore? Quando dico la parola “amore”, il suono viene fuori dalla mia bocca e colpisce l’orecchio dell’altra persona, viaggia attraverso un intricato percorso che porta al cervello, attraverso i ricordi d’amore o di mancanza d’amore e l’altra persona registra quello che dico e dice di capire, ma io come faccio a saperlo? Perché le parole sono inerti, sono simboli, sono morte. Capisci? E una grandissima parte di tutta la nostra esperienza è intangibile, gran parte di quello che percepiamo non può essere espressa con le parole. Eppure quando noi comunichiamo l’uno con l’altro e sentiamo di avere stabilito un contatto e crediamo di essere stati capiti, secondo me proviamo una sensazione quasi di comunione spirituale ed è forse una sensazione transitoria ma è ciò per cui viviamo.

(video: Waking Life – Language as symbols)

Magritte, Les Amants, 1928

“Due persone dicono reciprocamente Ti amo, o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa, una vita diversa, perfino forse un colore diverso o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni che costituisce l’attività dell’anima.” Scriveva, invece, Pessoa -e probabilmente aveva ragione.

Ma le parole non sono inerti. Le parole hanno un potere che solo i gesti autentici sono in grado di superare (quei gesti che non han bisogno di parole, che lasciano senza parole, che danno senso alla ricerca dell’altro). Ogni parola racchiude in se stessa un mondo, un mondo che però può essere completamente diverso da un soggetto all’altro, questo è vero…

La cosa bella è che, se due persone intendono cose diverse quando pronunciano le stesse parole, hanno la possibilità di usare centinaia d’altre parole per provare a spiegarsi reciprocamente ciò che singolarmente intendono. Lo scambio di significati arricchisce, inevitabilmente.

Il problema è che ci sono persone capaci di rimanere indifferenti alle parole degli altri, indifferenti ai significati degli altri, magari indifferenti anche a chissà quale e quanto grande parte del proprio mondo interiore; si aggrappano al significato che loro stesse danno alle parole e non sono disposte ad accettare che la rappresentazione del mondo possa variare quando ci si mette nella prospettiva di un’altra persona. La chiusura in se stessi impoverisce, sempre.

E dunque non sono le parole ad essere inerti ma piuttosto le persone. Le vie della comprensione sono infinite; è l’intenzione di comprendere che fa la differenza tra due differenti approcci alla vita.

Cosa c’entrano esattamente le vite non vissute? Provate a sintonizzarvi sulle frequenze di un altro essere umano, uno a caso o quello che preferite; vi si schiuderà un mondo…

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