La maggioranza apparente del governo Berlusconi

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Per descrivere la situazione politica italiana in seno al Parlamento, si può prendere in prestito ciò che sancisce la Costituzione inglese: Berlusconi come la Regina “regna ma non governa”; oppure si può utilizzare ironicamente il titolo di un romanzo di Federico Moccia, cantore degli amori adolescenziali: “Amore 316”.
SILVIO BERLUSCONI GIANFRANCO FINIIl Governo Berlusconi ha incassato una lauta fiducia, con 342 SI e 275 NO alla Camera e 174 SI e 129 NO al Senato. Una maggioranza lauta però solo apparentemente, poiché, almeno alla Camera, i voti dei finiani e dell’Mpa di Lombardo risultano decisivi. Al Senato invece il Governo gode di autosufficienza pure senza i “dissidenti”, una situazione che renderebbe pertanto impossibile la nascita di Governi “tecnici” transitori e dunque l’unica possibilità in caso di crisi di Governo sarebbero le elezioni anticipate.

Una situazione politica di stallo dunque, non certo adeguata alla situazione socio-economica difficile in cui versa il Paese, che necessiterebbe di un Governo stabile che attua riforme necessarie senza indugi e freni. Certo, l’Italia è abituata a Governi brevi, che durano al massimo 3 anni; in fondo fin dalla nascita della Repubblica è stato così.

Descrivere la situazione alla Camera è alquanto faticoso, poiché bisogna distinguere tra chi ha votato la fiducia a Berlusconi (con alcune “new entry”), chi non l’ha votata pur se fa parte della maggioranza, e chi prima aveva annunciato di votarla e poi si è astenuto. Partendo dal gruppo di Raffaele Lombardo che come sappiamo in Sicilia ha messo alla porta Cuffaro e il Pdl di Dell’Utri, e che alla Camera conta 5 deputati, ha votato la maggioranza con 4 voti, mentre un deputato non ha risposto alla chiama. Gli altri dissidenti, quelli di Futuro e libertà per l’Italia (noti ai più come “finiani”) hanno votato SI in 31, mentre altri 2, Fabio Granata e Mirko Tremaglia, hanno votato NO.

Dunque, facendo due calcoli, se ai 342 SI sottraiamo anche i 31 voti dei finiani e i 4 dell’Mpa, il Governo arriverebbe a 307 voti, non sufficienti per il proseguo della legislatura poiché alla Camera ne occorrono almeno 316. Non è bastata dunque quella che è stata etichettata come “compravendita” di parlamentari da parte del Cavaliere: il gruppo “Noi Sud” aveva annunciato 5 voti, che poi sono risultati 4 perché è mancato il voto di Antonio Gaglione; due voti sono arrivati dai Repubblicani-Alleanza di Centro (Nucara e Pionati), mentre il terzo componente del gruppo, lo storico repubblicano figlio d’arte Giorgio La Malfa si è smarcato dagli altri due e ha negato la fiducia all’esecutivo; un voto arriva anche da un componente dell’Api di Rutelli, Bruno Cesario, mentre l’altro componente, l’ex presidente di Federmeccanica Massimo Calearo non ha risposto alla prima chiama e poi si è astenuto.

Altra man forte è arrivata da cinque dissidenti dell’Udc di Casini (i quattro siciliani Romano, Ruvolo, Drago e Mannino, e il campano Pisacane) che alla Camera hanno costituito la formazione “Popolari per l’Italia di domani”. Infine, un altro SI al Governo è arrivato anche dall’ex Idv, ora nel gruppo misto, Americo Porfidia.

Il risultato finale di questa contorta somma algebrica è un Governo che gode di una maggioranza “monca”, apparente, sempre incerta. Gli stessi tredici voti prima elencati provenienti da “new entry” (che potrebbero diventare 14 con Calearo) sono già di per sé un sostegno esterno non certo affidabile e scontato. Ciò che però ci preme sottolineare è l’atteggiamento dei finiani, i quali, dopo mesi di “peste e corna” contro il Premier e la maggioranza – durante i quali i giornali di proprietà o vicini a quest’ultimo hanno messo in piedi una campagna mediatica pesante basata su veri o fasulli dossier (sulla ormai nota “casa di Montecarlo”) – non hanno concretamente “staccato la spina” al Governo, permettendogli così ancora di galleggiare; creando così una potenziale situazione di “non governo”.

Continuando con le citazioni, come dice Vasco Rossi in “Gli spari sopra”: “la dignità dove l’avete persa?”. Volendo essere realistici però l’ipotesi delle elezioni anticipate non è certo entusiasmante per tre motivi: 1) il centro-sinistra è come al solito frammentato e dunque non offre garanzie per una valida alternativa di Governo; 2) la legge elettorale deve essere cambiata; 3) un periodo di stallo istituzionale in vista delle elezioni non è certo ciò che serve nell’attuale recessione.

Ma a parte i meri calcoli matematici, tra l’altro nemmeno certi poiché i parlamentari hanno comportamenti instabili, vediamo quali sono stati i famosi 5 punti di cui Berlusconi ha chiesto la fiducia:

-FEDERALISMO: Il federalismo non provocherà nessuna “divaricazione” tra Nord e Sud, al contrario sarà “un vantaggio soprattutto per il Mezzogiorno” e arriverà “senza costi aggiuntivi”.

-FISCO: Nei prossimi anni l’esecutivo ridurrà le tasse, soprattutto alle famiglie. Il premier lo promette anche oggi: “Non ci sarà nessun aggravio della pressione fiscale, che sarà destinata a diminuire gradualmente”. Alla Camera aveva annunciato l’introduzione del quoziente famigliare.

-GIUSTIZIA: E’ il punto cruciale per i finiani. Berlusconi parla di “riforma complessiva” della giustizia, sia civile che penale. A suo avviso, serve maggior equilibrio fra difesa e accusa, bisogna eliminare “l’uso politico della giustizia” perché crea “squilibri” fra poteri. Ribadisce la “riforma costituzionale del Csm” e sostiene il bisogno di “rafforzare la normativa sulla responsabilità dei magistrati che sbagliano”. Rilancia lo scudo: occorre procedere con una legge per la “tutela delle alte cariche dello stato”. Altro pallino fisso è ridurre la durata dei processi.

-SICUREZZA: Anche in Senato il premier si vanta dei successi nella lotta alla criminalità organizzata e all’immigrazione clandestina. “Aumenteremo il numero dei militari impegnati nell’operazione ‘Strade sicure’, siamo certi che da questo traggano soddisfazione e determinazione ad andare avanti”, aggiunge.

-MEZZOGIORNO: Progetto per il Ponte sullo Stretto entro dicembre, autostrada Salerno-Reggio Calabria finita entro il 2013. Queste le promesse del presidente del Consiglio. Appena nominate le opere pubbliche, a Montecitorio è scoppiata una vibrante protesta dai banchi dell’opposizione. Al Sud servono “adeguate strutture materiali e immateriali”, così Berlusconi in Senato, attualmente la A3 è “un punto sanguinante, una ferita aperta”.

Staremo a vedere. La percezione però è che si tratta dei soliti punti che il Cavaliere enuncia da ormai 10 anni, di cui 8 passati a governare. Nei prossimi 2 anni e mezzo che mancano alla fine della legislatura sarà la volta buona? Considerando i numeri ballerini di cui gode la sua maggioranza… dubito fortemente.

Luca Scialò

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