“Pe’ andà ‘ndove dovemo andà”: la sinistra e la crisi

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La parola “crisi” è stata una delle più inflazionate del 2012 (ma anche del 2011, del 2010 e del 2009). La crisi dei valori, la crisi del sistema, la crisi dei partiti. E la crisi economica, alla cui morsa fatale nulla sfugge nell’Europa dei nostri giorni.

Poiché tutto lascia presagire che questa parola popolerà discorsi e immaginari anche nel 2013, potrebbe essere utile approfondirne il significato. Un’analisi etimologica ci aiuterebbe infatti a riportare alla luce aspetti nascosti e potenziali di un fenomeno così vasto e inglobante, che con intensità e modalità diverse colpisce indiscriminatamente a destra e a manca.

Krisis, in greco antico, significa “momento che separa una maniera di essere da un’altra differente”. Se diamo fiducia ai greci – e per tranquillizare bocconiani, protestanti e risparmiatori vale la pena precisare che stiamo parlando dei greci antichi – a una fase problematica e tragica dovrebbe seguire un cambiamento radicale. La crisi, insomma, dovrebbe essere anche una svolta e una scelta, un momento in cui si archivia un sistema che ha mostrato le sue brutture per provarne uno diverso e alternativo. Un tempo, infatti, indipendentemente dalle sue reponsabilità oggettive, la classe politica al potere nei periodi di crisi veniva detronizzata, mandata via: “hai fallito, avanti un altro”. Nel migliore dei casi perdevano una tornata elettorale e andavano in pensione, nel peggiore ad aspettarli trovavano ghigliottine affilatissime. E a perdere e sgomberare il campo non erano solo le persone ma le loro idee e i loro progetti di società.

Nell’Italia e nell’Europa dei nostri giorni, invece, le cose sembrano andare diversamente. A giudicare dalle vittorie elettorali degli ultimi anni, che hanno visto trionfare quelle stesse forze politiche con tutto il corredo di idee e ideologie che alla crisi attuale ci hanno portato, sembrebbe che di svolte radicali dietro l’angolo proprio non ce ne siano. Pare al contrario che il modello politico, economico e sociale che ha fallito – ossia il capitalismo nella sua variante neoliberale – esca da questa fase paradossalmente rafforzato. Davanti alle crisi finanziarie e alla caduta libera delle prospettive future, la risposta italiana – manifestazione locale e particolare di una risposta generale ed europea – è stata (ed è) quella montiana. Non una risposta che vada nel senso di un sistema alternativo ma il suo opposto: una compagine governativa che incarni davvero il sistema vigente.

Anche laddove le sinistre vanno al potere, come nel caso dei socialisti francesi, questo avviene al prezzo di uno slittamento verso posizioni conformi al credo liberale. In assenza di progetti solidi, l’unico modo che rimane alla sinistra per governare è quello di far proprie istanze, pensieri e ricette storicamente dell’avversario. Lo stesso vale per i democratici italiani, il cui programma differisce da quello montiano solo in dettagli minori.

Senza correre il rischio di passare per vetero-marxisti, possiamo tranquillamente affermare, in compagnia di filosofi poco estremisti, che tutto l’arco politico è preso all’interno dell’ideologia neoliberale. Marcel Gauchet sostiene che “si è sempre dentro un’ideologia. E il bello è che non c’è niente di cui vergognarsi. Solo che quella attuale è un’ideologia che professa la fine delle ideologie”. La sua caratteristica peculiare sarebbe allora quella di presentarsi come neutrale, oggettiva e inevitabile. Monti e i suoi dichiarano in buona fede di lavorare “per l’interesse generale”, per ristabilire l’unica normalità possibile, oltrepassando particolarismi e partigianerie varie.

Il segno che si tratti di un’ideologia è riscontrabile nelle parole d’ordine che tutti gli schieramenti politici sono costretti ad adottare per legittimare provvedimenti e proposte d’ogni tipo: liberale, moderno, riforme, conservatorismo. Ormai da tanti anni qualsiasi progetto di legge – che questo venga dalle fila berlusconiane, da quelle montiane o dall’area della cosiddetta sinistra – ha come finalità dichiarata una più grande liberalizzazione del sistema politico o di quello economico. Il nemico poi ha sempre il difettuccio di non essere abbastanza liberale. Innovare,  riformare, rinnovare, aggiornare. In questo discorso, va da sé che l’accusa massima sia quella di conservatorismo. Fassina e i giovani turchi sono i conservatori del Pd, la Cgil è ancorata a un passato anacronistico. Questi però rimandano al mittente l’accusa, sostenendo che siano gli altri a voler restaurare un passato che si vorrebbe per sempre cacciato all’inferno.

Oltre a dirsi riformatori e liberali – chi si dice anti-liberale? – i nostri politici sono modernizzatori. Non c’è nessuno schieramento che rivendichi come progetto quello di una conservazione dello status quo. E non sarebbe neanche male, se fosse vero.

D’altra parte però – cioè da quella che fu la parte degli anti-liberali: socialisti, comunisti, fascisti, monarchici – non ci sono delle idee forti da opporre all’attuale sistema. C’è solo un vuoto che fino ad ora non è stato riempito da nessuna ideologia alternativa a quella liberale. Non si propone alcun modello di società realmente distinto da quello attuale. Il ruolo delle sinistre si limita per il momento a mettere qualche pezza qua e là, per evitare le derive di un sistema economico difficilmente controllabile. La crisi d’identità della sinistra consiste forse in questo, nella la difficoltà a trovare un sistema forte e alternativo a quello attuale. Se Monti riscuote tanto successo, infatti, è perché rappresenta l’affermazione del sistema nella sua integrità, contrapponendosi allo stesso tempo a delle versioni più annacquate e corrotte, come quella berlusconiana, e ad altre troppo blande, come quella del centro-sinistra. Contro un centro-destra anormale, populista e in preda alla demagogia, Monti e i suoi rappresentano un modello più conforme, più normale. Non una cosa diversa, non una cosa alternativa. Una cosa più seria, più vera. E se è vero che il centro-sinistra si allegra di un centro-destra normale, è anche vero che i programmi e le idee tra gli schieramenti opposti si somigliano terribilmente. Perché non se ne trovano altre. Sono quelle idee ad aver vinto, e il bando è aperto per dei progetti nuovi e realmente alternativi.

Da una parte e dall’altra si invocano pragmatismo e realismo come approcci con cui affrontare i problemi di ogni tipo. E forse sarebbe necessario spingere i motori dell’immaginazione e pensare a qualcos’altro, librarsi nell’aria alla ricerca di soluzioni inesplorate. Da dove iniziare? Magari, nel 2013, “potremmo iniziare a smetterla co’ ‘sta pippa del lavoro che nobilita l’uomo”, tanto per dirne una in linea con gli stessi greci che dicevano krisis. Tanti auguri.

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