Vittorio Arrigoni, il figlio perduto mai così vivo

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Si dice che dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna. E se questo vale, allora la grande donna di Vittorio Arrigoni, attivista, scrittore e giornalista, ma prima di tutto pacifista, ecco se quel detto vale, quella donna è sua madre: Egidia Beretta.

Egidia Beretta è una donna che la vita ha reso forte e fragile, dura e dolcissima allo stesso tempo. E’ una donna con un ferita senza cura, una donna con un dolore che non conosce né tempo né spazio. E’ una donna che, nonostante tutto questo, è capace di dire che sì, sarebbe pronta a sostenere e condividere di nuovo tutte le scelte di Vittorio. Lo fa tra le pause, le lacrime e le mani che non smettono di stringersi l’un con l’altra, ma Egidia Beretta si dice comunque contenta che la vita di suo figlio sia stata quella che è stata. Breve, certo. Ma vissuta a pieno, in modo generoso, in modo umano. E d’altra parte lo stesso Vittorio Arrigoni, in una lettera alla famiglia, scriveva: ”Rallegratevi del fatto che sono pronto a qualsiasi destino, perché vivere con ali recise non fa per me”.

Egidia Beretta ha presentato alla libreria Feltrinelli di Firenze  ”Il viaggio di Vittorio“, il libro scritto per raccontare suo figlio Vittorio Arrigoni in maniera completa. Perché non c’è solo “il Vittorio della Palestina”. C’è il Vittorio bambino “con la passione per la pace”, c’è il Vittorio adolescente che a undici anni scrive: “Per volere la pace non devo fare l’egoista, non devo comandare nel gioco, non devo sentirmi superiore agli altri né costringerli ad accettare le mie volontà. Per volere la pace devo guardare intorno a me per vedere se tutti hanno il necessario, la gioia di vivere, la libertà di parlare, di lavorare, di pregare, di amare, di vivere, proprio come me, che ho tutte queste cose e vivo bene, ogni giorno.” E poi c’è il Vittorio delle missioni umanitarie in Perù, nell’Europa dell’est, fino all’incontro con i palestinesi.

L’amore di Vittorio per la Palestina e i palestinesi cominciò nel 2002, quando arriva nella Gerusalemme Est come inviato della IPYL- Lega Internazionale della Gioventù Palestinese (ong) per la costruzione di un campo giochi. Lì Vittorio Arrigoni rimase folgorato dalla differenza che intercorreva tra le due parti della città. A ovest la parte israeliana, benestante, sviluppata e libera. A est la parte araba povera, infelice e umiliata dalla restrittiva politica israeliana. “Vittorio parlava spesso con i giovani per capire la natura della frattura interna alla città- afferma Egidia Beretta- Finita la costruzione del campo, disse di non voler più restare a Gerusalemme Est. Per Vittorio la libertà e la pace erano fondamentali.”

Dopo Gerusalemme Est Vittorio Arrigoni scelse di andare in Cisgiordania, nei territori occupati. Dal 2003 Vittorio Arrigoni  entra a far parte della International Solidarity Movement, diventando così scudo umano per la popolazione palestinese. Nel 2008, dopo che Israele gli aveva impedito di tornare in Palestina, Vittorio Arrigoni raggiunse la Striscia di Gaza, via mare. Ogni giorno accompagnava i pescatori palestinesi in mare, proteggendoli da eventuali violenze da parte dell’esercito di Israele, che dal 2009 ha imposto ai pescatori di Gaza l’obbligo di non oltrepassare il limite delle 3 miglia nautiche (gli accordi di Jericho del 1994 fissavano il limite a 20), condannandoli così a una pesca spesso scarsa. Vittorio faceva da scudo umano anche ai contadini palestinesi e ai bambini, che andava a prendere all’uscita di scuola. “Fu una cosa naturale per lui mettersi in simbiosi con i palestinesi” racconta Egidia Beretta, che non ha mai smesso di incoraggiare il figlio a proseguire la sua missione di attivista umanitario. Nemmeno quando Vittorio scriveva nelle lettere la sua disperazione per la perdita di un amico, per la morte dell’ennesimo bambino, per la violenza, il sangue e la morte che ogni giorno incontrava in “queste terre di cui Dio sembra essersi scordato”. In una lettera Egidia Berrettarispose al figlio: “Non bisogna cedere, bisogna continuare a testimoniare perché i morti, le grida, i bambini e gli amici perduti ce lo chiedono.

Nel 2005 Israele lo aveva inserito nella lista delle persone “sgradite”. Poco importa se si trattava di un attivista umanitario, poco importa se si trattava di un uomo che aveva messo a disposizione la propria vita per la pace  di entrambi i popoli. Importava talmente poco che, quello stesso anno viene picchiato dall’esercito israeliano e poi abbandonato in Giordania. “Una sera Vittorio chiamò a casa- racconta Egidia Beretta- per informarci che era stata messa su di lui una taglia di 25 mila dollari”. La telefonata di Vittorio arriva alla famiglia in una sera del gennaio 2009, dopo che un sito americano di estrema destra aveva pubblicato la foto di Vittorio Arrigoni, indicando all’esercito israeliano che si trattava del “bersaglio” numero uno da uccidere. “Vittorio aveva paura- racconta la madre- eppure con l’ironia che lo caratterizzava disse che se Israele voleva sapere dov’era, quella notte lo avrebbe trovato sulle ambulanze.

Vittorio Arrigoni viene ucciso due anni dopo, il 15 aprile 2011 da un gruppo dell’area jidahista salafita. Se le motivazioni che hanno portato alla sua uccisione non sono ancora del tutto chiare, il processo agli assassini di Vittorio Arrigoni si è concluso nel settembre 2012. I due militanti salafiti sono stati condannati all’ergastolo, graziati dalla famiglia Arrigoni che si è opposta alla condanna a morte.

Vittorio Arrigoni non c’è più, eppure come scrive sua madre è “vivo come forse non lo è stato mai”. Vive attraverso Egidia e la sorella Alessandra, attraverso gli attivisti che vedono in lui un esempio, attraverso il ricordo e l’affetto di chi gli ha voluto bene. E sono tanti. Ma vive ancor di più ogni volta che quella da lui definita “la famiglia umana” compie un passo verso la pace ed è degna del suo essere umana. Vittorio Arrigoni concludeva spesso i post pubblicati in Guerrilla Radio ( guerrillaradio.iobloggo.com) e gli articoli scritti per Il Manifesto con queste parole “Rimaniamo umani“. Questo era il suo semplice, ma esaustivo richiamo alla parte più bella del nostro essere umani che comprende il possesso della ragione e dell’anima. Questo era il suo richiamo a non ripetere gli errori del passato, a far sì che il senso della Shoah fosse “mai più per nessuno” e non “mai più a me” come Vittorio scrisse in una lettera “al fantasma di Primo Levi”.

Sul retro della copertina del libro (i cui ricavi saranno devoluti alla  fondazione “Vittorio Arrigoni – Vik Utopia“) c’è un disegno di Carlos Latuff che rappresenta Vittorio Arrigoni con Handala, la figura di un bambino palestinese povero che rivolge sempre le spalle all’osservatore in segno di dissenso con il presente. “Vittorio e Handala sono di spalle e si tengono per mano, mentre con l’altra fanno il segno della V “- spiega Egidia Beretta sorridendo- “Non so se quella V sta per Vittorio o per vittoria. In entrambi i casi, va bene”.

 

 

 

 

 

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