Io vi maledico, universitari

Tostato da

“Anche io, brutti schifosi” ho pensato appena ho iniziato a leggere l’ultimo libro di Concita De Gregorio, “Io vi maledico”, edito da Einaudi.
“Anche io vi maledico, voi e la vostra capacità a non capire”.

Ho lasciato perdere gli appunti dell’esame che sto preparando che tanto gli esami qui, in questa maledetta Università, si passano con facilità. Basta studiare qualche dispensa e – alè! – il gioco è fatto. Non prenderai 30, magari la lode te la scordi, ma che ti frega: i tuoi crediti in saccoccia li porti a casa. Come fossero bollini per una raccolta a premi: con 180 ti arriva a casa una laurea triennale e con soli altri 120 una specialistica.
E’ per questo che la mia personale maledizione va a chi ha distrutto un’Istituzione rendendola mera stampatrice di titoli; che ha al suo interno professori analfabeti, pluripagati, che fanno ombra a quei pochi, tra ricercatori e insegnanti, innamorati del sapere e della condivisione di esso. Dell’Insegnamento. E maledico anche gli studenti e le studentesse che ci stanno dentro, a questo gioco massacrante il futuro, che continuano a far finta di immagazzinare conoscenza e invece imparano meccanicamente 100 pagine e poi rilegano il tutto al macero, nel dimenticatoio. Maledico anche me stesso, quindi, ogni tanto.

Dicevo: ho lasciato perdere quello che stavo studiando per finire, senza fiato, il libro di Concita De Gregorio. “Io vi maledico” è una raccolta di storie, di storie vere che sono accomunate da un filo rosso: la distanza e l’incapacità di comprensione della politica relativamente alle persone. Alle persone vere, in carne e ossa. Che hanno problemi veri e che non vivono solo quando ci sono le elezioni.
De Gregorio parla di Giacomo, 29enne, che lavora in miniera, alla Carbosulcis. “Un posto che quando scendi non sai se risali”.
Riporta una lettera scritta da Emanuela, figlia di un operaio Fiat a Pomigliano, che indirizzò a Marchionne. Senza risposta. Con suo padre, senza più lavoro. Una lettera che non sono riuscito a finire senza accorgermi di avere davanti agli occhi un velo sottile.
Scrive della corruzione, di Grecia e di Spagna ai tempi della crisi. Racconta di Taranto, della mancanza del registro di tumori che rende impossibili le statistiche delle morti causate dal cancro dell’Ilva. E di tanto, tanto altro.

Ogni pezzo ti fa capire come queste storie siano il vero cemento di una popolazione. Perché ti fan accendere la

Concita De Gregorio

scintilla di quella che deve essere la solidarietà, una solidarietà ragionata che può esistere anche senza rabbia, seppur con indignazione. Che deve nutrirsi di conoscenza, necessariamente, per poter abbassare lo spread tra politicanti e popolazione, anche quella che non vota (una parte troppo grande per definire questa una sana democrazia rappresentativa), anche quella che sta perdendo le speranze che qualcosa cambi.
Queste storie, quindi, vero cemento di una società. Anche se sono storie di difficoltà, di persone che avrebbero potuto maledire tutti e gettare la spugna. Ma che non l’hanno fatto. Storie di persone potenzialmente fragili, come l’Italia.

“Io vi maledico”, di Concita De Gregorio. Meglio di qualsiasi lezione di sociologia.

ps: e voi, chi e che cosa maledireste?

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da Avanguardie

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