Ricomincio da Tallinn

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Quando lasciai la facoltà di giurisprudenza per iscrivermi a Filosofia ero convinto di voler diventare un insegnante. Avere la possibilità di lavorare per tutta la vita con ragazzi molto giovani mi entusiasmava. Pensavo che mi avrebbe aiutato a conservare intatto quello spirito da adolescente sognatore che ancora mi accompagnava. Finita l’università, quella voglia, che potrebbe anche chiamarsi vocazione, era totalmente svanita. Parole senza senso come SICSI, TFA, concorsone, precarietà avevano fatto spegnere quella fiamma che ardeva in me e che mi aveva spinto a studiare una materia agli occhi di gran parte della gente inutile e astrusa. Poi, quasi per caso, un giorno navigando sul web vengo a conoscenza del Servizio Volontario Europeo, un programma di volontariato internazionale che dà la possibilità ai ragazzi europei di età compresa tra i 18 e i 30 anni di vivere un’esperienza all’estero. Mi sono detto subito “perchè no?”. Invece di rimanere in Italia a lavorare in un call-center, o spendere soldi per un Master, perchè non tentare questa avventura che mi permetterebbe di perfezionare il mio inglese, di imparare a conoscere una cultura differente dalla mia e di accrescere le mie competenze professionali?

Come sempre accade quando mi trovo dinanzi a scelte importanti, ci ho messo poco a decidere. Quella era la strada che faceva per me. Ho cominciato a dare una sbirciatina ai progetti e ho visto che tra questi vi era anche la possibilità di svolgere attività didattiche presso scuole straniere. Ho compilato le application form e mandato i CV e ho atteso una risposta. Un giorno apro la posta elettronica e vedo che mi è arrivato un messaggio  in cui c’è scritto che sono stato selezionato per andare ad insegnare lingua e cultura italiana in una scuola di Tallinn, e che il progetto sarà della durata di 6 mesi. Come sempre quando ricevi notizie inaspettate e che portano grandi cambiamenti sopraggiungono insieme tanti sentimenti, talvolta contrastanti. Da un lato la gioia e l’euforia per dover iniziare quest’avventura e avere la possibilità finalmente di mettersi alla prova, dall’altra la paura di dover andare in un paese così lontano, dove la lingua, il clima e la cultura sono completamente differenti dalle nostre. Questi sentimenti contrastanti sono sopravvissuti fino al giorno della partenza, dove ho finalmente realizzato che la mia nuova avventura stava davvero per iniziare.

E così eccomi qui, sono oramai già da un mese e mezzo in Estonia, e sto imparando a conoscere questa nuova realtà. Molti non sanno nemmeno collocare questo piccolo paese di un milione e quattrocentomila abitanti su di una cartina geografica, eppure ci sono alcune cose che potremmo imparare da questo popolo. Prima cosa il loro orgoglio di essere estoni. La luce negli occhi che si accende quando parlano della propria patria mi ricorda quella di mio nonno quando parlava con orgoglio della sua esperienza durante la Seconda Guerra Mondiale e della ricostruzione del dopo-guerra.

Ora questa fiamma in noi si è spenta da tempo, l’Italia è divenuto un paese litigioso, frammentato, in cui ognuno pensa al proprio “campanile” e alla propria categoria di appartenenza, fregandosene altamente del suo vicino prossimo o di chi è rimasto indietro. Qui, a poco più di vent’anni dall’indipendenza dall’Unione Sovietica, hanno la percentuale più alta di copertura wi-fi del territorio nell’area UE, e si classificano ai primi posti per libertà di stampa, libertà economica e istruzione. Gran parte delle transazioni commerciali avvengono inoltre in rete, e il tasso di corruzione è assolutamente marginale.

Nonostante i salari siano ancora bassi rispetto alla media UE, nonostante vi siano ancora fasce di popolazione che vivono in condizioni di relativa povertà, nel paese si respira un’aria positiva. E quest’aria ha cominciato pian piano a contagiare anche me. Insegnando lingua e cultura italiana presso una scuola russa, il Lasnamae Gymnasium, ho capito quanto la nostra cultura sia ancora apprezzata nel resto del mondo.

Le insistenti domande dei ragazzi, la loro curiosità, il loro interesse verso la nostra lingua e verso tutto ciò che riguarda il mio paese hanno riacceso in me quella fiamma che si stava andando sempre più affievolendo. Mentre guardavo la parata della Giornata dell’Indipendenza e vedevo tante persone, dai più anziani ai bambini, sventolare bandierine estoni sono tornato ad essere orgoglioso del mio paese. Mentre mi facevo coinvolgere con i ragazzi della scuola nell’imparare i balli di corte dell’era zarista tornavo ad amare e apprezzare nuovamente la nostra cultura. Ho finalmente realizzato che quel sentimento che affiorò in me quando mi iscrissi a Filosofia era tornato ad essere vivo.

Poter insegnare e trasmettere alle nuove generazioni le mie conoscenze, ma soprattutto i miei valori e la mia passione, mi renderebbe felice. Ma in una scuola diversa, in cui professori e studenti si rispettino a vicenda, in cui il ruolo del professore torni ad essere centrale e non marginale, in una scuola che sappia riconoscere il merito, in una scuola che sappia valorizzare le capacità e le attitudini di ogni singolo studente.

Il mio sogno è che un giorno questa scuola torni ad esistere in Italia, e che torni a far apprezzare alle nuove generazioni il nostro inestimabile patrimonio culturale e  artistico. Anche se di scuola in Italia se ne parla sempre meno, e nell’ultima campagna elettorale è stata una delle parole meno pronunciate, io continuo a coltivare questa speranza in un recondito cantuccio del mio cuore. Un abbraccio a tutti da Tallinn, alla prossima!

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