Anti-politica e anti-informazione, le due facce dell’Italia

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Finito il teatrino della campagna elettorale, è cominciato il gossip dell’instabilità governativa e la caccia al colpevole. Chi ha provocato la crisi, chi ha fomentato il populismo, chi non si prende le sue responsabilità e chi non andrà mai in galera anche se i processi si moltiplicano come pesci, per poi essere rinviati ed andare in prescrizione. Che paese variopinto è l’Italia, chissà cosa pensano di noi all’estero, oltre ad additarci come clown e ad offenderci per poi vedersi rifiutare un invito a cena.

Va tanto di moda in questi giorni sventolare i principi della democrazia, le leggi della Costituzione, le basi del Parlamento, sono tutti saccenti i soliti politici longevi che si agitano sullo schermo da vent’anni a questa parte e che forse soltanto uno tsunami riuscirà a spazzare via, se il vento sarà a suo favore altrimenti pure lui come gli altri “andrà a casa”.

Il PD è arrivato primo ma non ha vinto, Berlusconi ha potuto accertare che gli italiani hanno davvero la memoria corta e Grillo deve sfuggire ai giornalisti appostati persino davanti alla sua casa al mare. Tutta questa scomoda e scottante matassa finirà nelle mani del povero Napolitano che dovrà darsi da fare fino alla fine del suo lodevole mandato.

La domanda è: perché ci troviamo in questa situazione? Chi l’ha creata e come ne usciremo?

Certo le ragioni vanno cercate più lontano, si dovrebbe fare un passo indietro di vent’anni e capire perché il paese è precipitato in questo impasse. Dal secondo dopoguerra le politiche dei governi non sono mai state tanto all’insegna della severity più austera, come l’abbiamo potuto appurare nell’ultimo tentativo tecnico di salvarci dal baratro, ma lasciavano crescere il deficit finché rientrava in livelli accettabili.

Poi abbiamo creduto nella svolta imprenditoriale ed è stata l’era delle grandi promesse, in prime time come i più costosi spot pubblicitari, condite da gesti di corna in foto ricordo della diplomazia internazionale. Promesse mantenute, promesse disattese, grandi delusioni, inframezzate dai festini della prostituzione che ancora riempiono le notizie dei telegiornali. Si sente parlare più di Ruby che della prima donna italiana a partire nello spazio.

Che ruolo ha l’informazione in tutto ciò? Chi vediamo più spesso in televisione?

Le stesse facce di sempre che si accusano a vicenda e che propongono poco di costruttivo e fattibile, l’unico che non vuole farsi riprendere dalle telecamere viene definito l’uomo mascherato.

Se l’imparzialità dell’informazione non è un puro dettaglio e ci sono anche reti e testate giornalistiche che si definiscono “libere”, come si fa a riempire le notizie dei soliti battibecchi dei politici per finire con l’omicidio della settimana e dare la parola in chiusura alla trasmissione che segue per non perdere gli ascolti?

Perché subiamo un incessante bombardamento mediatico che assopisce gli intelletti e convince l’elettorato più disagiato ed incolto a credere a promesse impossibili? Perché invece non siamo sollecitati a trovare un rimedio alla crisi, ad ascoltare le voci di quelli che ce l’hanno fatta anziché intendere il numero di imprese fallite e di suicidi giornalieri?

Perché i telegiornali non dedicano spazio agli esempi di start-up che sono cresciute, ad idee brillanti che hanno fatto successo e di come sono state finanziate, agli aiuti europei per l’imprenditoria femminile?

Perché l’informazione ci riversa negatività e notizie inutili anziché fornirci consigli ed educazione? Se l’informazione non fa il suo mestiere, neanche i politici lo fanno e tutti giocano a farsi più furbi degli altri in una spirale che conduce inevitabilmente verso il basso.

Chi ha voluto sfuggire a questa legge tiranna ha cercato da sé l’informazione attraverso più fonti, quelle meno ufficiali e meno prestigiose, ha voluto scomodarsi un po’ e prendere parte all’informazione trasformandosi da spettatore ad “interattore” ed è sceso in piazza insieme ad altri che hanno comunicato attraverso la rete. Non sorprendiamoci della presa di coscienza di molti che vogliono sentirsi partecipi della politica del loro paese e smettiamo di etichettare come populismo l’emergere di un movimento nuovo ed il fallimento del sistema partitico.

Tra poco si presenteranno in parlamento persone senza giacca e cravatta, con uno stipendio ridotto del 70% ed un’età che è storicamente la più giovane, questi sono certamente segnali di cambiamento, di svolta, di profonda trasformazione. Vengono definiti impreparati, disorganizzati, inconsapevoli, li si definisce la conseguenza di un malessere sociale che deve far pensare. Forse improvvisati, lo saranno, forse poco propensi al politichese e più pratici pure, sicuramente poco inclini ai dibattiti ed alle telecamere, ma certamente più rappresentativi della popolazione.

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da Avanguardie

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