I funerali di Andreotti, la Memoria, la Storia e l’Oblio

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 È morto Giulio Andreotti; è morto ieri mattina nella sua casa romana e già da qualche ora – sembrano in verità tantissime – telegiornali e testate giornalistiche rimandano il suo nome in onda senza tregua: vecchie interviste, filmati ufficiali, storici incontri e strette di mano internazionali: insomma, quanto  possibile far vedere del politico più longevo d’Italia e forse del mondo. È giusto che sia ancora sulla scena, che ci stia anche da morto; Andreotti è la Storia, quella del nostro paese e non solo; è la storia della nostra Repubblica prima e seconda, della nascita della prima, come della seconda e se non si fosse spento ieri a novantaquattro anni probabilmente avrebbe assistito alla nascita della terza repubblica, una repubblica non politica. La TV, la stampa, gli regalano e si regalano il gusto della Memoria, questa cosa che sembra distinguerci dal regno animale come dalle società primitive che vivono eternamente i loro momenti. Si finisce però, con la memoria, a costruirla e ricostruirla man mano che la si racconta e si pensa che questa sia neutrale; appare così un ritratto di Andreotti quasi serafico: il grande statista, il diplomatico, l’uomo della distensione, del passaggio, dell’unità nazionale: un profeta ben riuscito, un santo della democrazia a cui non è mai mancato, bisogna pur riconoscerlo, un pragmatismo certo e un freddo cinismo. Ecco tutto. La parabola della Memoria è sempre ascendente, è trasparente, autoriflessiva, la sua voce è unica ed è ancora una volta quella di Stato; è la voce della Storia che fa quella Memoria, che tesse pazientemente, ma inesorabilmente, le fila del suo tessuto, di ciò che può essere detto. Ora, a vedere e a sentire quelle parole si ha come l’impressione che qualcosa non giri dal verso giusto, forse perché gira troppo bene. Si ha come l’impressione che qualcosa venga sacrificata, che l’Oblio senza accorgercene stia per cadere su alcune cose.

Come mai in queste prime parole e immagini non si parla di quel De Gasperi che chiedeva di fare attenzione alla faina? Come mai non si parla del caso Mattei? Come mai non si parla dell’elezione pilotata del Presidente Leone nel 1971? Come mai, ancora, nessun riferimento sui segreti di Stato che pure, necessariamente, doveva avere? Penso a quegli Stati Uniti cui eravamo legati a doppio filo e che chiedevano minacciosamente di tenere con ogni mezzo il PCI fuori dal governo. Mi chiedo perché non si parla della notte della Repubblica, di quegli anni tra il 1976 e il 1979, di quei Governi di Solidarietà Nazionale costituiti con il silenzio e l’appoggio esterno del PCI di Berlinguer, del caso Moro, della sua morte, della responsabilità sua e di Cossiga, allora Ministro dell’Interno in quella morte. E ancora perché nessuno abbia mai parlato dei suoi rapporti con Craxi, rapporti difficili e non idilliaci come oggi si dice, dei rapporti con Cosa Nostra, della trattativa Stato-Mafia, del suo silenzio imperturbabile e violento che ha ucciso due volte chi era morto di quelle mani e chi voleva sapere la verità. Mi chiedo come mai nessuno parla di quella sentenza che riconosce ad Andreotti rapporti con la Mafia a vario titolo fino al 1980 (sentenza di prescrizione per quei fatti).

La Memoria, quella ufficiale, già oggi costruisce un’immagine che non è mai stata, un’immagine semmai divisa, priva del suo lato oscuro. Se noi oggi non gridiamo lo stupro che sta avvenendo, la Storia non ascolterà quell’altra parola e l’Oblio su questi fatti ma soprattutto sulle persone morte e morte due volte continuerà ad avvolgere la loro Storia, violentata dal silenzio e dalla bugia e ora anche dalla morte.

Andreotti porta con sé una Storia che non può, ma doveva essere scritta; egli ci ruba oggi un pezzo di Memoria che non sarà, come ha già fatto Cossiga. Il dovere di chi resta è perciò quello di cercare ancora quella Storia nei frammenti, nelle sentenze, nelle pagine di chi ha pagato ingiustamente, nelle morti vive che opprimono questo paese, nelle battaglie fatte in nome di uno Stato corrotto, piegato al segreto di Stato e alle potenze straniere. Oggi chi ha parlato di Andreotti ha ucciso ancora la verità, i fatti, ha rubato l’aderenza alla realtà e ha sostituito questa con una coltre di parole intrise di retorica quella Storia con una Storia idilliaca ma falsa, facendo scivolare ancora più giù quell’altra verità in un Oblio che davvero si annuncia senza tempo. Questo, il rischio che si ravvisa nelle parole fintamente neutrali dei cronisti e degli intervistati, sottomessi alla macchina del potere. Resta il dovere di interrogarsi, di porre domande, sollevare dubbi, date, imprecisioni affinché un giorno la Memoria possa essere di tutti e non di pochi contro molti.

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