Turchia: la verità di quel che succede. Erdogan e i 2000 feriti per la libertà

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Compongo il numero con la tastiera del computer e dopo 10 secondi sento rispondere. “Chicco! Quanto tempo”. La voce proviene da Istanbul e a parlare è Sevan. E’ uno studente universitario, un matematico. L’avevo conosciuto qualche anno fa, quando lui si proponeva come chitarrista e io come paroliere. Poi lui ha finito la parentesi veneziana ed è tornato in Turchia. Stamattina mi è venuto in mente e l’ho chiamato.

L’ho trovato per caso, su Skype. “Ho dormito cinque ore in due giorni, siamo sempre in piazza” mi racconta. Finalmente si attiva la webcam e lo vedo elettrizzato, tutt’altro che stanco. Mi spiega come è partita la rivolta turca di questi giorni. Qualche ambientalista si incatena davanti agli alberi che devono abbattere al Gezi Park. Non si vuole la distruzione di un parco, di un centro di aggregazione naturale per far
spazio all’ennesimo centro commerciale. “Da una parte si vuole l’islamizzazione continua, un ritorno al passato; dall’altra si passa all’occidentalizzazione importando e diffondendo brand e marchi vari”. Un controsenso che Sevan mi dice derivare da una cosa: “Soldi e corruzione”.

E allora eccoli, i nuovi giovani turchi. Supportati dalla maggioranza delle persone, anche dai vecchi, anche da semplici negozianti che forniscono cartelli che vengono utilizzati per bloccare la strada alle forze dell’ordine. “Usa il pugno di ferro, la polizia. Idranti e fumogeni. Contro tutti. Erdogan li esalta, legittima l’utilizzo di una violenza inaudita”. Mi fa vedere la sua t-shirt, sporca di sangue. “A me ancora non han fatto nulla, ma ad una mia amica han rotto il labbro”.
Erdogan è il leader del “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo” (partito filo-islamico), al comando dal 2002, e sta continuando il suo progetto bifronte di ritorno ad un’islamizzazione più pressante per la popolazione turca e, contemporaneamente, persegue l’opera di europeizzazione. “E’ questo il punto, Chicco. La protesta per gli alberi non è tanto di matrice ecologista quanto contro questa contraddizione di un governo che vuole reprimere la socialità e, quindi, la libertà… e che vuole entrare in Europa”. Anche a Istanbul, che è la città più all’avanguardia della Turchia – molto più della capitale Ankara – han introdotto dei divieti quantomeno assurdi: “E’ vietato baciarsi nelle piazze. E nelle metro ci son proprio i cartelli: no baci. Abbiamo protestato in tanti, c’eran tantissime coppie che si baciavano in barba a questa repressione”.

Più di 2000 feriti in tutta la Turchia. Quattro morti. Una ventina hanno perso la vista, tra i manifestanti, a causa degli idranti che sparano liquidi a 100 chilometri orari. Il Premier che va in televisione e dice che “se amate Istanbul non scendete in piazza. Ci tratta come terroristi.Noi rivendichiamo diritti e libertà. Hanno approvato una normativa che impone di non vendere più alcolici e che fa chiudere i locali alle 22. Poi tutti a casa, a guardare la televisione”. A pensarci, succede anche nel nord una cosa simile, nel nord Italia. Ma non glielo dico. Anche per questo han protestato. Una rivoluzione a birra e baci.
Mi chiede cosa dicono i giornali in Italia e in Europa. Gli dico che si punta molto sulla rivolta ambientalista. Su Erdogan che reprime in maniera forse un po’ troppo forte. Ma non si dice che è in gioco la sopravvivenza e la nascita di diritti inviolabili e sacrosanti. “E l’Europa? Che fa l’Europa? Ci aspettavamo un segnale da Bruxelles che puntasse il dito contro il sangue, invece nulla. Ci sta lasciando soli. Si preoccupa di noi solo quando si parla d’economia. Ma noi quell’economia, così, non la vorremo mai”

Percepisco la sua fretta. C’è in corso un’altra manifestazione e, comunque, Piazza Taksim è ancora occupata. Si teme la chiusura dei trasporti pubblici, per cercare di dissuadere il raduno delle persone. Nella notte si è parlato di un possibile oscuramento di Twitter e Facebook. “Non so come si evolverà la situazione, il Governo non sembra tornare sui suoi passi. Noi però… noi non arretreremo di certo”.
Mi saluta. Gli dico di stare attento e di farsi vivo. Chiudo il portatile per metabolizzare un poco la chiacchierata, mi alzo e mi arriva un messaggio. Prefisso: +90, il prefisso turco. “Grazie Enrico, supportateci e diffondete la verità. Faremo lo stesso per voi, se ne avrete bisogno”. Penso a come non si possa non difendere la libertà, una battaglia per il laicismo.
Penso che vincerai, Sevan. Lo scrive anche Pasolini: “La libertà è più forte: sia pure per poco essa vuole essere vissuta. È un valore che distrugge ogni altro valore perché ogni valore non è che una difesa eretta contro di lei”.




QUI la testimonianza di due giornaliste della Radio Universitaria di Siena, uRadio (audio)

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da Avanguardie

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