Italia è ora di rivolgere gli occhi e le mani al futuro

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E’ di pochi giorni fa la notizia drammatica che l’occupazione in Italia è ritornata ai livelli del 1977, dunque con un balzo all’indietro di 25 anni. A questo si aggiunge che soltanto nell’ultimo anno abbiamo perso circa 300 mila posti di lavoro, e che al contempo dei 12 mila nuovi posti creati dal mercato ha beneficiato solo il Nord, mentre al Sud non sembrano esserci spiragli di speranza. Ogni giorno sentiamo, a commento dei dati forniti da istituti di ricerca, giornali, associazioni dei lavoratori e imprese, una lunga serie di moniti, proclami, suggerimenti e raccomandazioni. E tutti, ma proprio tutti, alla fine ci dicono una cosa sola: il passato sta vincendo sul futuro.

Eppure questa sensazione di emergenza diffusa, che sta segnando dentro di noi la necessità forte di cambiare rotta e puntare dritto verso un domani migliore, sembra infrangersi e invalidarsi pericolosamente quando quotidianamente si continuano a offrire piccoli o grandi scempi che il futuro sembrano metterlo sempre più alle nostre spalle: dal piccolo burocrate che non fa il suo dovere all’operaio o dipendente che si finge malato, dal medico che emette un certificato fasullo all’imprenditore che pensa di fregare un cliente, dal politico che si crogiola nell’irresponsabilità e nelle inutili liturgie anteposte al “fare subito e bene” al giudice che preferisce non decidere e far slittare una sentenza di mesi, forse anni. Il tutto fino al professionista che tenta di dribblare le regole dello stato. Insomma, parlo di tutti quei gesti che ci rimandano costantemente all’italietta di uomini superficiali, ricchi solo di personalismi e ormai forgiati dell’etichetta di cattivi maestri. Gli stessi che, inconsapevolmente, producono i mattoni sui quali poggia una crisi si sistema che sembra non volerci lasciare scampo.

Il fatto è che tutti avremmo bisogno di recepire dagli altri i buoni esempi di una società che, messa con le spalle al muro, dovrebbe saper reagire. Ma nessuno di noi sembra disposto ad essere il primo uomo o donna capace di trasformare e invertire le proprie cattive abitudini. Continuiamo a credere che siano sempre solo gli altri a detenere un obbligo, mentre su di noi pensiamo ricadano solo privilegi. Ma non è così, abbiamo tutti la stessa responsabilità, gli stessi doveri e gli stessi diritti. Diritti e doveri di diventare migliori, più onesti, più corretti, più seri. Queste dovrebbero essere le nostre istanze da rivolgere al Governo e alle Istituzioni. Istanze da tramutare in alcune proposte esemplari: parità di trattamento tra i lavoratori del pubblico e del privato; parità di trattamento nella riscossione o nel pagamento dei crediti da e verso lo Stato; parità di trattamento da parte della giustizia penale e civile nei confronti dei semplici cittadini e dei rappresentanti politici. Chiediamo troppo?

Potremmo continuare a lungo nell’elencare i tanti desiderata che  poggiano tutti su un unico assunto di base: tornare ad essere una società più giusta, civile, attenta, severa, soprattutto responsabile nei confronti dei giovani, che più di tanti altri vivono male queste asimmetrie sociali indotte da chi in passato ha acquisito troppe rendite di posizione a scapito dei propri figli, come testimoniato oggi dal tasso di inattività dei ragazzi, arrivato in Italia al 42%. Per risalire c’è tanto, tantissimo da fare. Molte zone si stanno desertificando dal punto di vista dei bacini generazionali. Tanti giovani uomini e donne, spesso i migliori tra noi, quelli che questo paese ha coltivato con fatica, quelli che generano innovazione, motivazione, coraggio e possibilità di cambiamento, ci stanno abbandonando perché pensano che al futuro non si possano più dare le spalle. Quindi giriamoci e rivolgiamo fronte ed occhi all’orizzonte. E invece di coniugare sempre solo i verbi al passato, iniziamo a parlare sul serio del domani, vivendo magari un presente dove sentire su di noi il diritto ed il dovere di trasformare l’Italia  in un paese che spesso ci limitiamo a sognare, ma che da ora dovremo impegnarci a realizzare partendo prima da noi stessi.

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