Repubbliche randagie: il presidenzialismo alla latinoamericana

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Mortificata, ferma e priva di risposte alle sfide di un paese in crisi, la politica italiana si porge nuovamente la questione della natura e l’organizzazione del governo della repubblica. Di solito occorre trovare un colpevole alle proprie carenze in qualcun altro, e il nostro parlamentarismo, tanto migliorabile, risulta un capro espiatorio ideale. E allora si guarda di qua e di là, in cerca di un vicino ideale da prendere come orizzonte in un contesto politico di partiti padronali, incompiuti nel piano strategico-organizzativo. Risulta del tutto evidente che i sistemi presidenziale all’americana e semi-presidenziale alla francese siano ritenuti d’impulso quelli più appropriati, tenendo conto di quanto alettanti siano per i dirigenti più estroversi, come per tutte le società contemporanee in genere, queste forme di governo dirette e spontanee.

Premettendo l’inerente svolgimento iper personalizzato e agonico del presidenzialismo, il marketing avrebbe in mano dei prodotti politici più attraenti da vendere a un pubblico disgregato, disideologizzato, di individui consumatori. In questo senso, gli Stati Uniti ci forniscono l’esempio più netto su come funziona questo modello istituzionale, centrato sulla conquista sentimentale degli elettori da parte di un individuo carismatico attraverso una battaglia da brividi. Alla fine, c’è solo un unico risultato possibile, 1-0, un vincitore e più sconfitti, perché è soltanto uno a salire sul soglio, mentre gli altri, siano essi concorrenti che compagni, devono restare fuori. Seppure si possa perdere e restare un turno senza parola, è la prospettiva di accedere al trono repubblicano quello che affascina. Buoni o cattivi, non è strano scoprire negli uomini un volto egoista.

Comunque, non è la discussione teorica sui sistemi di governo il punto più interessante da analizzare qui. Fermo restando il fatto che il presidenzialismo, sia in Francia che negli Stati Uniti, abbia provveduto efficacemente a dare risposte e soluzioni ai loro stati, e alle loro società, fondandosi su pesi e contrappesi istituzionali nonché di limitazioni precise per un ruolo assai potente e personalizzato, sono i costituzionalisti a dover pensare al miglior sistema di governo sulla carta. Ciò che ritengo più fruttuoso è conoscere il più possibile le applicazioni del presidenzialismo in giro per il mondo, identificare più chiaramente le degradazioni, le impurezze di una forma di governo, cosa che hanno fatto Platone e Machiavelli. Poiché, se una forma impura di De Gaulle fosse un nostro cavaliere, quella del presidenzialismo alla francese e all’americana dovrebbe esistere.

Addentrandosi nelle democrazie latinoamericane diffuse e rafforzate dopo i decenni delle lugubre dittature e guerre civili, il sociologo argentino Guillermo O’Donnell riuscì ad interpretare una specie diversa e particolare pienamente vigente nei nostro giorni: le democrazie delegative. In senso stretto, esse sono democrazie perché prevedono elezioni aperte e periodiche, garantiscono i diritti essenziali alla libertà di opinione, diffusione, organizzazione e partecipazione. Dall’altra parte, effigiano il decorso di un complesso istituzionale inabile a rendere prevedibili i ruoli dei rappresentanti e stabilizzare le loro aspettative, dato che partono da una condizione di crisi sociale e sistemica che giustifica ex ante l’eccezionalità.

La premessa per l’esistenza di un tale sistema è la possibilità di far emergere ed esercitare una leadership virile, dotata del diritto a governare secondo le proprie considerazioni, e senza essere soggetta a fornire risposte precise sulle azioni intraprese. È del tutto necessario che il leader venga raffigurato come incarnazione del paese, e perciò, come suo interprete fondamentale, senza intermediazioni partitiche e istituzionali, avvalendosi della facoltà di “comunicazione” diretta con il popolo. L’elezione diretta del Capo dello Stato è, dunque, vitale. Sia sul piano costituzionale che della consuetudine, le democrazie delegative costruiscono sulla base della concentrazione di poteri nelle mani dell’esecutivo la maggioranza che sostiene la delegazione.

Estranea al dover essere del sistema rappresentativo, l’elezione all’incarico esecutivo viene seguita da un crescente divario tra eletti ed elettori. A questo punto, quello che avviene è una delegazione in termini assoluti che trasforma i secondi in una specie di pubblico passivo, di cui non si aspettano interpellanze ma plausi, dovendo restare immobile fino alla prossima tornata elettorale per acconsentire o bocciare i primi. Il presidente presume della sua saggezza, del suo mandato popolare, e quindi provvederà lui alle decisioni, sbeffeggiando cittadini inquieti e travolgendo autorità, regole e procedimenti istituzionali che eventualmente possano fermare le sue iniziative. Siccome la delegazione non concede di rendicontare né fermarsi davanti ai limiti costituzionali, la tentazione dell’esecutivo di incidere sugli altri poteri sarà sempre all’ordine del giorno.

Per di più, il rapporto con i poteri sociali ed economici al di fuori della struttura dello Stato seguirà le stesse direttive. Gradualmente, questi si svolgeranno attraverso canali informali, affetti dalla mancata trasparenza, dilagante discrezionalità e corruzione, ma innanzitutto, in una logica che non distingue gli interessi privati da quelli pubblici, né viceversa. E in quanto i suddetti poteri dovessero manifestare un certo disagio e opposizione al presidente, attrarranno su di loro il suo sdegno e, probabilmente, l’attacco dei poteri e media schierati a suo favore. I presidenti alla latinoamericana soccombono all’appetito di combattere i loro critici in nome e con le risorse dello stato, come se fossero nemici pubblici.

Considerando gli argomenti di O’Donnell e la loro constatazione nelle diverse esperienze di democrazia delegativa nell’America Latina, si osserva che la fine di questi processi non è in tutti i casi la stessa e nientemeno risulta perfettamente augurabile nel trascorso della sua evoluzione. L’esercizio centralizzato ed eccitato del potere presidenziale diventa tuttavia una costante, mettendo in moto un meccanismo di riproduzione degli stessi approcci e iniziative di successo in precedenza, ma inadatte e perfino autolesive davanti a nuove sfide, tralasciando così ogni possibilità di alternativa. Scarsamente inclinati a cambiare e rinnovarsi, le presidenze delegative hanno imboccato fin qui diverse direzioni: la prima, chiudendo il processo in conformità alle regole istituzionali – assumendo sia la variante del Brasile di Collor de Mello, il quale si dimise nella prospettiva di essere destituito dal Parlamento, come avviene nell’Ecuador di Bucaram; sia quella dell’Argentina di Menem, arrivato alla fine del mandato dopo due anni in minoranza legislativa e ridotta capacità di azione. La seconda direzione porta le istituzioni e il paese in affanno, perché esse si legano al destino, talvolta tragico, del leader – come il Nicaragua del primo governo di Ortega, il Perù del primo governo di García e quello di Fujimori, o la Venezuela di Chávez. La terza direzione, praticata nell’Honduras di Zelaya e nell’Ecuador di Gutiérrez, avanza una dismessa golpistica rivolta a ridare le carte del gioco politico. Nel contempo, gli sbocchi dell’Argentina di Cristina Kirchner e del Venezuela di Maduro saranno determinati da processi di forte radicalizzazione presidenziale e crescente opposizione sociale.

Forse non è il caso di fare una simile contrapposizione, ma se il parlamentarismo italiano si trovasse oggi nella sua forma impura, sarebbe ciononostante più rassicurante di fronte ai rischi della formula presidenzialista. Specie se si prende atto del manifesto interesse di qualcuno a essere eletto Presidente della Repubblica con pieni poteri.

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Per conoscere di più le tesi di Guillermo O’Donnell (in spagnolo):

http://www.lanacion.com.ar/1429892-la-democracia-delegativa

http://www.plataformademocratica.org/Publicacoes/11566.pdf

 

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da Macchiato

Marcelus, Alejandro, Marcus e Dimitri1
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