Berlusconi e i tentacoli della “piovra”

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La strage di Capaci

Il Premier Silvio Berlusconi scherza, arrivato all’aeroporto di Olbia lo scorso sabato, con una barzelletta ed alcune battute sulla mafia. Riprende così la parola in seguito alla notizia, diffusa dai quotidiani Il Giornale e Libero, secondo cui egli sarebbe stato destinatario, ad ottobre scorso, di un avviso di garanzia in un’indagine condotta dalla Procura di Firenze proprio sulla mafia e le sue stragi dei primi anni ’90. Notizia poi rivelatasi “falsa” e smentita proprio dalla Presidenza del Consiglio di Palazzo Chigi, echeggiata anche dalla stessa Procura fiorentina che porta avanti ormai da tempo questa importante inchiesta su alcuni degli attentati più gravi della storia del terrorismo mafioso.
Berlusconi scherza e fa battute, non senza lasciare il segno, come è da sempre abituato a fare, e non senza scatenare nuove polemiche tra politica e media. Polemiche che hanno certamente risvolti a due passi dalla politicizzazione delle idee e delle opinioni.

Come sempre, quando si parla dell’attuale Premier, così come di altri personaggi-chiave del nostro mondo politico, è praticamente impossibile rimanere imparziali o apparire ancora tali agli occhi dell’opinione pubblica. Per questo, il pensiero che Caffè News Magazine vuole in questa sede manifestare è ben lontano dalla becera personalizzazione della politica che noi tutti stiamo subendo ormai da lungo tempo.

Una personalizzazione che fa rima con la precedente stagione dell’ideologizzazione delle posizioni politiche, fase da cui siamo tutti scappati a gambe levate alla prima occasione storica favorevole. E, sarà un caso, proprio nel seno di quella fase storica (Tangentopoli e, appunto, le stragi di mafia) si è innestata l’era politica di Berlusconi, che della personalizzazione politica è altrettanto vittima che artefice.

Ma andiamo nel merito di questa vicenda, e riportiamo testualmente, come raccolte da un’agenzia di stampa, le parole che il Premier ha pronunciato ad Olbia e che, ormai da diverse ore, hanno fatto il giro dell’intero panorama mediatico e dell’informazione:

“Se trovo quelli che hanno scritto i libri sulla piovra, che ci hanno fatto conoscere nel mondo per la mafia, giuro che li strozzo”.

Silvio Berlusconi minaccia una scherzosa “strozzatura” ai danni di tutti coloro che si sono permessi di raccontare la mafia italiana e di farne girare la notizia in tutto il mondo. Si tratta di danno di immagine, un concetto ed una categoria che ben si addicono ad un’idea  “imprenditoriale” e “commerciale” della politica e della cittadinanza. Una verità (perché la mafia è una verità, è per diventare tale è stato necessario il sacrificio di centinaia di uomini e donne italiani) che è scomoda, che non va spifferata ai quattro venti perché provoca una degenerazione dell’immagine italiana nel mondo. “Italiani, questi mafiosi” dirà qualcuno, qualcun altro lo penserà, e ci penserà sopra prima di contrattare con imprese italiane, di fare affari in Italia, di scambiare merci o altri beni e servizi con persone che provengono o vivono nel Bel Paese.
E proprio questo, probabilmente, si vuole evitare: che il Bel Paese smetta di essere tale. E in ciò ci si dimentica (Berlusconi dimentica) che il nostro Paese è sempre bello per le ricchezze naturali, culturali e sociali di cui dispone; ma non per questo il nostro Paese non è mai e in nessun caso brutto e sporco, cattivo e pericoloso, e lo è proprio là dove la bellezza non è entrata a scardinare la porta dell’inferno.

Fare della mafia una questione di immagine è come pensare che della mafia, in Italia, ci sia solo l’immagine.

Un’idea che ben si concilia con il pensiero che il nostro Primo Ministro ha dimostrato di nutrire nei confronti della Magistratura, che ha il compito di combattere a ritmo di sentenze proprio il fenomeno mafioso. Un’idea che ben si concilia con l’esperienza di un uomo che prima di diventare politico è stato imprenditore, e tale rimane nonostante tutte le sterili discussioni e le polemiche sul conflitto di interessi.

Berlusconi con le sue battute sentenziose e “forti” se l’è presa, dunque, in un sol colpo con l’intero mondo della cultura cosìddetta “impegnata”, quella cultura che non si limita a dilettare in maniera “inutile” (meglio dire “fine a se stessa”), ma vuole raccontare fenomeni e dinamiche, spiegare cosa succede, chiarire come vanno le cose e mostrare al mondo verità nascoste. Per questo ruolo sono passati tanti uomini e tante donne che da molti vengono oggi ritenuti “eroi”. Per questo ruolo, per questo compito civile, passano ancora oggi i tanti professionisti e liberi pensatori che cercano di uscire dalla massa del banale e del mediocre, anche se è sempre opportuno tenere esclusi da questa “cultura impegnata” tutti coloro che lo fanno solo per interessi privatistici o per motivazioni politicizzate. Tutti gli altri, spesso anche in condizioni di arrancare tra le mille difficoltà di un mestiere difficile, andrebbero lodati, perché se il nostro Paese è bello è anche merito loro.

Se la gente comune, tra una battaglia politica e l’altra, riesce ancora a respirare con la propria mente lo si deve anche a chi racconta le gesta e l’impegno dei piccoli e grandi eroi dell’antimafia. Perché raccontare la mafia e spifferarla al mondo intero significa anche e soprattutto parlare di chi la mafia l’ha combattuta e la combatte.

Tra queste persone non si può non includere lo scrittore Roberto Saviano. E va ricordato lui in particolare e più degli altri non soltanto perché è il personaggio dell’antimafia maggiormente esposto in questo momento, ed anche il più vicino al sentire comune delle persone: va ricordato lui perchè proprio Saviano ha rivolto delle parole al Premier Berlusconi nelle ultime settimane, pregandolo di ritirare il disegno di legge sul cosìddetto “processo breve”. Parole che lo scrittore ha adeguatamente e credibilmente protetto da qualsiasi accusa di politicizzazione o di schieramento precostituito delle idee. Ma non è stato sufficiente a difenderle, quelle parole. Le accuse di politicizzazione, per il semplice fatto di aver parlato di politica con gli argomenti del cittadino e dello scrittore, sono arrivate eccome, e da più parti. E allora è possibile e lecito fare il processo inverso: accusare Berlusconi di essere contro Saviano, per il solo fatto che egli ha parlato della cultura con gli argomenti della politica e dell’imprenditoria. Ma noi non lo faremo, non in questa sede, non attraverso le pagine del nostro “Caffè”. Ci è sembrato opportuno quantomeno precisare dove iniziano e dove finiscono le “accuse” del Capo del Governo, e quali implicazioni, come minimo, portano con sé. Nella speranza che mai più ci si fraintenda nel nostro Paese su quale sia la nostra bellezza e quale la nostra lettera scarlatta, ad effetto autoinfamante.

Simone Aversano

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