Alan Friedman, Giorgio Napolitano e le teorie della cospirazione

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Le elezioni politiche del 2013 hanno dimostrato, ancora una volta, l’impossibilità di smacchiare il giaguaro. Ancora più longevo è il gattopardo, che opprime gli abitanti della penisola da molto prima che Tomasi di Lampedusa imparasse a scrivere. “Ammazziamo il gattopardo” è il nuovo libro di Alan Friedman, edito da Rizzoli; il suo titolo esprime un’esortazione sacrosanta; le proposte contenute nelle sue pagine meritano approfondimenti. Per il momento, però, Friedman è riuscito soltanto a far traballare la poltrona di Giorgio Napolitano, peraltro con la decisiva complicità di chi ha rivelato (Carlo De Benedetti, Romano Prodi) o non smentito (Mario Monti) le consultazioni, condotte ben 5 mesi prima della caduta del governo Berlusconi, con cui il Presidente della Repubblica sondò la disponibilità del professore bocconiano ad assumere la guida dell’esecutivo.

Monti-Napolitano

Tra l’apparente candore di Prodi e De Benedetti e l’imbarazzo di Monti, spuntano congetture sui veri motivi dell’inchiesta di Friedman. Secondo alcuni, il giornalista americano è il sicario di una cospirazione intenzionata a screditare Napolitano, non più gradito ai “poteri forti”, magari per fare posto a Mario Draghi e regalare la presidenza della BCE alla tecnocrazia filo-tedesca (si vedano l’articolo di Marcello Foa per Il Giornale e i blog di Francesco Amodeo e Aldo Giannuli). In alternativa, i mandanti sarebbero Diego Della Valle e Mediobanca, azionisti di Rcs, con l’obiettivo di spianare la strada a Matteo Renzi (intervista di Edoardo Petti a Giancarlo Galli). Ancora, si ipotizza un Prodi assetato di vendetta dopo il tradimento subìto sulla strada per il Quirinale, o accecato dall’ambizione di diventarne il nuovo inquilino, magari appoggiato da Bilderberg, Trilaterale e Goldman Sachs (secondo Francesco Amodeo), con buona pace per l’immagine di galantuomo che molti gli riconoscono. E c’è chi, come Aldo Giannuli, nel suo blog scrive 

Così come si capisce bene che una firma come quella di Alan Friedman (quello che fece esplodere il caso Iran-Contras (o meglio, Iraqgate, n.d.r.), tanto per ricordare la cosa più nota) non si muove così a caso.

Apparentemente, Giannuli insinua che Friedman sia solito produrre pillole avvelenate; l’inchiesta sullo scandalo Iraqgate sarebbe, al riguardo, esemplare.

In mancanza di prove, non è prudente accettare una teoria, nè ritenerla falsa; ma gli scenari ipotizzati suscitano alcuni dubbi.

Per cominciare, non è necessario ricorrere agli eventi del 2011 per indebolire Napolitano. Basta ricordare che Il Moderno, mensile della corrente migliorista del PCI, fu finanziato dalla Fininvest in cambio di inserzioni pubblicitarie proprio negli anni in cui Berlusconi costruiva il suo impero televisivo (si veda Michele de Lucia, “Il Baratto”, Kaos Edizioni), e chiedere se il percorso politico di Napolitano ne è stato influenzato. Oppure, si può incalzare il Presidente sul contenuto della telefonata con Nicola Mancino, imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Ma avrebbe senso affermare che de Lucia e la Procura di Palermo hanno cospirato contro Napolitano? E nell’ipotizzare complotti senza prove, non si rischia di suonare, sinistramente, come chi attribuì l’indagine Mani Pulite e il “tradimento” di Fini a manovre dei servizi segreti americani?

Poco convincente è anche il tentativo di screditare il giornalista del Financial Times. L’inchiesta sull’Iraqgate, il principale successo della carriera di Friedman, non sembra affatto una pillola avvelenata. Lo scandalo investì Ronald Reagan e George Bush padre che, secondo le ricostruzioni di Friedman, Ted Koppel, William Safire e altri, chiusero entrambi gli occhi sugli aiuti militari e finanziari al regime di Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq, lasciando il lavoro sporco a FBI, società di copertura e governi amici (Thatcher, Andreotti). A chi giovò lo scandalo? Ai democratici, ansiosi di battere i repubblicani alle elezioni del 1992? Le cronache dell’epoca sembrano escluderlo. Ad esempio, David Shaw scriveva, sul Los Angeles Times del 27 ottobre 1992, un pezzo intitolato, significativamente, “Iraqgate–A Case Study of a Big Story With Little Impact“, nel quale si facevano considerazioni di questo tenore:

when the early Iraqgate stories broke, most Americans still felt euphoric about the quick allied victory in the 100-hour Gulf War. Just as they had not wanted their warm feelings for Reagan tainted by any acknowledgment of his shortcomings, so they were in no mood to have that victory tainted by charges that the same people who won the war (the Bush Administration) had actually–foolishly? illegally?–made the war inevitable.

Tradotto: le rivelazioni sull’Iraqgate arrivarono al momento sbagliato, quando la popolarità di Bush senior, il “vincitore” della guerra del Golfo, era ai massimi storici. Certo, i democratici vinsero le elezioni del 1992, ma in una campagna elettorale dominata dai temi economici dopo un biennio di recessione, la politica statunitense in Medio Oriente non trovò spazio. Se si trattò di complotto giornalistico, fu architettato veramente male. Friedman come sicario non sembra avere un grande passato. 

I dubbi qui espressi non escludono l’esistenza di manovre per destabilizzare un Paese ormai non più sovrano; nè possono chiarire in modo definitivo la genesi dell’inchiesta di Friedman. Ma di fronte alla verità dei fatti, il movente di chi li ha portati a galla conta poco, e chi ha commesso errori politici deve assumersene la responsabilità.

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