Do the Harlem Shake

Tostato da

COME NASCE L’HARLEM SHAKE

2 Febbraio 2013: cinque teenager australiani -con il nome di The Sunny Coast Skate- caricano su Youtube un video insolito, girato sul sottofondo del brano Harlem Shake di Baauer (nome d’arte di Harry Rodrigues).  Pare che i ragazzi si siano ispirati a un filmato pubblicato precedentemente dal vlogger Filthy Frank ma è stata poi la versione dei Sunny Coast Skate ad essere emulata da migliaia di utenti, che ne hanno riprodotto più o meno precisamente lo schema (pur mutuando da Filthy Frank l’idea di apparire in costume, con il più che comprensibile intento di non dare in pasto al web la propria identità).

Uno dei cinque ragazzi australiani -pantaloncini grigi e maglia nera- ha in testa un casco da motociclista; è a piedi nudi al centro della stanza e, dopo aver lanciato uno smartphone sulla scrivania che è a due passi da lui, comincia a ballare, sul ritmo incalzante del pezzo di Baauer. Nei primi quindici secondi di riprese lui è l’unico a muoversi, nella pressoché totale indifferenza degli altri quattro. Seduto alla scrivania, un ragazzino smanetta al pc; altri tre sono sul letto: due di loro giocano alla console, il terzo assiste alla sfida, tenendo in mano uno skateboard e tentando -con qualche difficoltà- di trattenere una risata. Nella seconda metà del video i cinque ragazzi si lanciano in una danza talmente vivace da lasciar immaginare che siano stati morsi da qualche particolare “taranta”, ben più aggressiva di quella salentina.

LA PANDEMIA

 Forse questo particolare filmato vi era sfuggito, ma senz’altro negli ultimi tempi molti di voi avranno avuto modo d’imbattersi in video strutturati in modo simile.

È impossibile stabilire esattamente quante riprese del genere siano state replicate a partire dallo scorso 2 Febbraio: nelle ambientazioni più disparate e con ogni camuffamento pensabile, soggetti di ogni età e nazionalità hanno dato sfogo alla propria creatività “shakerandosi” sulla base realizzata da Baauer, per poi pubblicare le registrazioni delle loro performance su youtube.

L’HARLEM SHAKE IN PRATICA

 Ogni ripresa ha la durata di circa trenta secondi: nella prima metà del video un soggetto col viso coperto o completamente camuffato comincia la sua esibizione, in genere circondato da persone che sembrano non accorgersi di cosa stia accadendo (in una minoranza di casi, nei primi quindici secondi il soggetto compare da solo); nella seconda metà del video tutti i presenti si scatenano, come se fossero stati contagiati dal primo (nella variante in cui il soggetto appare solo durante i primi quindici secondi, all’improvviso compaiono altre persone, che iniziano a “shakerarsi” con lui); nel finale si sente un ruggito e, nei video maggiormente curati, le immagini vanno a rilento.

…E IN TEORIA

L’Harlem Shake si configura come un meme, ovvero un’idea, un comportamento, uno stile che si diffonde, trasmettendosi da persona a persona all’interno di una cultura e -considerato che nell’era di internet “tutto il mondo è paese”- non c’è da stupirsi che nel giro di poche settimane siano comparsi online video provenienti dalle più disparate località del pianeta. I memi si propagano per imitazione e sopravvivono nella misura in cui vengono replicati; in caso contrario, vanno incontro a estinzione.

 Il concetto di meme fu introdotto dall’etologo R.Dawkins nel libro “Il gene egoista” (1976), in cui il meme viene presentato come un analogo del gene: i meccanismi di replicazione, mutazione e selezione -che sono alla base dell’evoluzione- non si verificherebbero solamente a livello biologico ma anche sul piano culturale. Se per tramandare i geni è necessaria la riproduzione biologicamente intesa, per tramandare i memi è sufficiente l’imitazione.

PRONOSTICI

La pandemica replicazione dell’Harlem Shake andrà verso l’estinzione. Quanto durerà il periodo di smaniosa reinterpretazione del meme in questione, però, non possiamo stabilirlo. Quante altre migliaia di filmati della lunghezza di circa trenta secondi verranno ancora alla luce potremo scoprirlo solamente attraverso il monitoraggio dei video caricati su youtube; tali testimonianze in formato FLV sono indicative della diffusione del fenomeno. Possiamo immaginare che a un certo punto il numero di video caricati quotidianamente inizierà a scemare gradualmente, riducendosi fino ad azzerarsi nel giro di qualche mese, ma delle suddette testimonianze rimarrà traccia in rete per sempre.

L’HARLEM SHAKE DEGLI STUDENTI DI “SCIENZE E TECNICHE PSICOLOGICHE”, NAPOLI

Tra le tracce che saranno reperibili anche dopo la probabile estinzione dell’internet meme che abbiamo preso in considerazione, ritroveremo quella lasciata dagli studenti attualmente iscritti al secondo anno del Corso di Laurea in “Scienze e Tecniche Psicologiche” dell’Università Federico II di Napoli, che hanno approfittato della pausa pranzo di un lunedì di marzo per realizzare un filmato degno di nota per l’entrata in scena del terrorista e per alcuni dei travestimenti ideati dai partecipanti.

 Un ragazzo con il viso coperto -occhiali da sole e sciarpa avvolta intorno alla testa, a mo’ di passamontagna- fa il suo ingresso in un’aula universitaria mentre altre persone sono sedute: leggono, scrivono, parlottano tra loro. Il giovane si fa strada a colpi di bacino giù per la gradinata che conduce alla cattedra, per poi continuare a ballare davanti ai compagni di corso, che però sembrano non accorgersi di nulla. Tra il sedicesimo e il diciassettesimo secondo, la scena cambia: si fa quasi difficoltà a riconoscere il ragazzo con il passamontagna perché ombrelli aperti, palloncini, rotoli di carta igienica, sedie, sombreri, copricapo da Sioux, fiamme ossidriche e cuscini catturano l’attenzione dell’osservatore, finché poi un goffo Babbo Natale scivola giù dalla cattedra mentre il ruggito finale annuncia la conclusione dell’Harlem Shake.

Entrando in aula una manciata di minuti dopo le riprese del video, il Prof. O.Gigliotta (docente di Psicologia Generale II) si è imbattuto in uno scenario singolare, che risentiva della fretta con cui i ragazzi avevano cercato di fare ordine dopo aver realizzato l’entusiastica esibizione; senza scomporsi, ha colto l’occasione per dare agli studenti una spiegazione dell’Harlem Shake come fenomeno di massa, impregnando di senso ciò che molti dei ragazzi avevano messo in atto per semplice imitazione, senza un’effettiva consapevolezza relativa alla valenza socio-culturale del proprio agire.

Chissà che uno studio più approfondito dei memi, previsto dal corso di Psicologia Generale II nella sua parte dedicata alla Psicologia Evoluzionistica, non motivi gli studenti a considerare l’idea di realizzare ulteriori testimonianze di adesione a fenomeni di massa che, nel momento in cui se ne coglie il significato, vengono soggettivizzati, perdendo così la connotazione prettamente negativa che di solito si conferisce a ciò che comporta una massificazione.

DO THE HARLEM SHAKE!

Alcune persone agiscono ripetendo schemi acquisiti dall’esterno, senza neanche interrogarsi sulla ragione che li spinge a farlo; altre non agiscono se prima non hanno trascorso un tempo indefinitamente lungo a riflettere sul da farsi, a valutare i singoli aspetti di ogni situazione, a soppesare quali saranno gli effetti delle proprie azioni, finendo -nella gran parte dei casi- per restare immobili. Agire con cognizione di causa è il giusto compromesso tra la pedissequa imitazione e il lambiccarsi il cervello in arzigogoli concretamente improduttivi; un’azione consapevole è guidata da presupposti che consentano l’attribuzione di senso all’azione stessa, in caso contrario l’agire è fine a se stesso, vuoto, pragmaticamente insignificante.

 Persino un Harlem Shake può essere realizzato con consapevolezza del suo significato intrinseco. Per far riferimento alle categorie sopra considerate, tra lo shakerarsi senza sapere esattamente per quale ragione lo si sta facendo e il rimanere in contemplazione, finendo per tirarsi fuori dall’iniziativa, c’è la partecipazione consapevole di chi sa che, nel momento stesso in cui aderisce, sta acconsentendo a diventare veicolo di trasmissione di uno di quei memi a cui abbiamo fatto riferimento più su.

Ciò che conta, nel prendevi parte, è riuscire a consentirsi di vivere quei quindici secondi con l’intensità con cui li vivrebbe un folle: sentire fluire la vita dentro di sé mentre l’autocontrollo sembra venir meno e alla fine riprendere il pieno controllo di se stessi, ma portandosi dentro la sensazione di aver provato uno stato dell’esistenza diverso, un po’ più… shaken!

Segui questo autore

Siediti al tavolino ed esprimi la tua opinione

Comments Closed

Comments are closed.

Ti piace il Caffè?



Scrivi con noi!