Twitter, il regno della velocità, cambia il volto del nuovo giornalismo

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Stiamo vivendo uno dei periodi più floridi dal punto di vista della quantità di informazioni. Ci sono informazioni ovunque. Le ritroviamo sui giornali, in televisione, alla radio oppure basta accendere il computer o dare un’occhiata al nostro cellulare per essere catapultati in una matassa tanto intricata di notizie da spaventare anche il più tenace degli utenti, annichilendo i suoi propositi iniziali sul bisogno di avere informazioni su un fatto.

La quantità è anche indice di una smisurata varietà. Abbiamo accesso, ovunque e in qualsiasi momento, a informazioni di qualsiasi tipo, che toccano gli argomenti più disparati. Le voci che entrano in gioco sono molte, così come molteplici sono le sfaccettature che, di volta in volta, vengono evidenziate relativamente allo stesso fatto. Basterebbe pensare, per fare un esempio recente, alla morte di Andreotti. Quanti blogger, giornalisti (professionisti, pubblicisti o aspiranti tali), studenti (nei forum già si paventa la possibilità che rientri tra le tracce della prima prova d’esame di maturità) ne hanno parlato? Un numero indefinito. E ognuno di loro ha tracciato un profilo differente sulla base delle conoscenze, degli studi e delle ricerche fatte.

E sono proprio questi tre fattori, conoscenza di un argomento, studio e ricerca sullo stesso a fungere da primo step di un giornalismo che non vuole invecchiare tanto meno invecchiare male, come ha dichiarato Frederic Filloux tre mesi fa su Mondaynote.com. I modi per raccogliere informazioni e condividerle hanno subito, negli ultimi anni, delle trasformazini radicali: BagTheWeb, Storify o Paper.li sono strumenti che aiutano i giornalisti e i blogger a ricercare notizie interessanti e a salvare le stesse ricerche. Per non parlare del posto di rilievo che occupa twitter. Personalmente riesco ad avere notizie mirate e in tempo reale proprio grazie a follower scelti che condividono informazioni relativamente ad argomenti di mio interesse.

La condivisione delle informazioni segue dei ritmi velocissimi raggiungendo una varietà di pubblico inimmaginabile fino a qualche anno fa.

Velocità e quantità. Ma la qualità delle informazioni che posto occupa all’interno di questo panorama? Non rischia forse di passare in secondo piano, schiacciata dalla bulimia informativa? Recentemente Steve Buttry riesce a dare risposte esaustive chiamando in causa la cura dei contenuti e il codice di Maria Popova, voce autorevole in materia. Buttry parla di giusta attribuzione, link, citazioni, e quindi valore aggiunto dell’informazione portando come esempi non una serie di articoli scritti ma di tweet scambiati con altri giornalisti.

Ken Auletta, l’esperto di media del New Yorker, ha dichiarato a Repubblica che “Ogni tweet può contenere link che rimandano a un altro discorso: e il loro valore è incommensurabile. Certo: 140 caratteri sono la riduzione di un pensiero. E se uno prende una riduzione per il tutto…”. E qui entra in gioco la sete di conoscenza, di sapere, di approfondire, di capire realmente un argomento. Entra in gioco il caro e spesso dimenticato, o peggio sottovalutato, buon senso che ci fa ragionare e soffermare anche su ciò che stiamo leggendo.

Perché se è vero che twitter è il regno della velocità, come ha dichiarato Michael Wolff nella stessa intervista a Repubblica, è anche vero che il link offre due possibilità: ignorare l’approfondimento e mentire a noi stessi di conoscere l’argomento o, al contrario, informarci realmente a scanso di ogni equivoco.

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da Avanguardie

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