La memoria e l’oblio

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1972. Inizi di Luglio, le scuole sono chiuse ed i ragazzi affollano le strade di Salerno. Siamo sul lungomare, Carlo e Giovanni A. passeggiano, ore 19:30 circa. Sono anni difficili, lo scontro tra le opposte ideologie è forte ed è spesso anche fisico. Carlo ha 19 anni, studia Filosofia ed è affetto da una grave malattia agli occhi che lo porterà alla cecità entro breve tempo. Durante la passeggiata hanno uno scontro di sguardi e di battute piuttosto pesanti con un gruppo di ragazzi più grandi, tra i quali vi è Giovanni M., 33 anni.

Passano circa 2 ore, siamo sempre Salerno ma questa volta in via Velia. I due gruppetti si incontrano ancora. Questa volta insieme a Giovanni M. ci sono anche Gennaro e Francesco. Nasce una colluttazione tra i gruppetti, Giovanni M. estrae un coltello e colpisce prima Giovanni A. e poi Carlo. Giovanni A. riesce a portare via l’amico, ferma una macchina ed inizia la corsa all’ospedale. Giovanni A. si salverà, Carlo morirà durante l’operazione d’emergenza. Giovanni M, Gennaro e Francesco si sono nel frattempo dati alla fuga. Giovanni M. si costituirà la sera stessa ai carabinieri.

1973. Metà Aprile, è notte e tutti stanno dormendo nel quartiere di Primavalle. Achille, Marino e Manlio versano una tanica di benzina sotto la porta dell’appartamento del signor Mario, terzo piano di una struttura adibita a case popolari. Alla benzina seguì la scintilla e l’incendio divampato fu spaventoso. Mario, la moglie Annamaria ed i figli più piccoli Antonella e Giampaolo, di 9 e 3 anni, riuscirono a fuggire dalla porta principale. Lucia, 15 anni, si calò dal balconcino nel secondo piano, aiutata dal padre, mentre Silvia, 19 anni, si gettò dalla veranda della cucina riportando incredibilmente solo qualche frattura.

Virgilio, 22 anni, e Stefano, 10 anni, non riuscirono a scappare. Morirono carbonizzati affacciati alla finestra mentre tutto il quartiere li guardava impotente. Mario era un dirigente di un partito, la rivendicazione lasciata sul selciato condannava a morte la famiglia proprio in virtù del credo politico del padre.

Cosa hanno in comune queste due tragiche storie? Sia Giovanni M. che Achille, Manlio e Marino beneficiarono di una fortissima campagna innocentista, costruita e finanziata da un gruppo di intellettuali di una certa estrazione politica, tra cui anche un futuro premio Nobel e sua moglie.

Pamphlet innocentisti, aiuti economici e manifestazioni pubbliche di sostegno servirono ad aizzare parte dell’opinione pubblica contro Carlo, la vittima, ma non servirono a risparmiare a Giovanni M., il carnefice, una condanna per omicidio preterintenzionale.

La campagna innocentista a favore di Achille, Manlio e Marino, invece, portò di fatto all’assoluzione in primo grado dei tre. Furono fatte diverse “controinchieste”, l’incendio fu definita una montatura, diversi quotidiani, tra cui il più importante di Roma, si schierarono pubblicamente in difesa degli imputati. In secondo grado, quando l’onda innocentista dell’opinione pubblica si era placata, la sentenza fu ribaltata. Purtroppo, i tre erano già scappati all’estero e non espieranno mai le proprie colpe.

Difficile dopo tanti anni ed in ben altro clima politico provare a ricordare quello che fu. Certamente dovremmo stare più attenti quando assistiamo ad imponenti campagne innocentiste od a prolissi elogi funebri di personaggi non sempre limpidi come si vuole far credere.


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