Senza Linus tutti perdiamo qualcosa

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Lo senti quando arrivi al cuore di una persona attraverso la parola scritta. Lo senti anche se il lettore non è davanti a te. Lo senti anche se sai che non avrai mai l’occasione di incontrarlo. Lo senti perchè percepisci un contatto mentale, una scintilla che, per quanto effimera possa essere, rappresenta comunque lo sfiorarsi di due anime. Amanda Palmer, nel suo travolgente intervento al TEDTalks, racconta in prima persona cosa significa contatto (visivo e non). Credo che i collaboratori e lo stesso direttore di Linus, con tutte le mutazioni che il tempo ha portato con sé, abbiano avvertito negli anni la vicinanza dei lettori, la comunione con il pubblico tanto che, rubando l’espressione alla Palmer, per poco non si innamoravano l’uno dell’altro.

Perchè mancava davvero poco. Eravamo a un passo dall’amore, quello vero. Eterno. Poi è stato come essersi svegliati da un sogno per ripiombare nel grigiore dei nostri giorni, quest’epoca veloce e mutevole ma anche stanca, che ottempera senza lamentarsi. Linus si affretta verso la (temporanea) chiusura “per una serie di problemi gravi e di complicata soluzione, riguardanti stampa e logistica e conseguenti a un difficile momento della società editrice”. E’ questa la notizia che ci ha risvegliati da un sogno lungo cinquant’anni.

Da lettrice non posso esimermi dal rimestare, senza alcuna forma di retorica all’italiana, in quel “cassetto” in cui custodisco i numeri della rivista. Ne ho preso un numero esiguo, sicura che anche una scelta casuale potesse contenere qualcosa di caro che appartiene ora alla mia infanzia, ora alla mia, neanche troppo lontana, adolescenza. Non mi sbaglio. Basta sfogliare il numero 1 – Gennaio 1973 per ritrovare la prima puntata di una delle avventure di Valentina, Pietro Giacomo Rogeri (tra l’altro il violoncello è stato tra le immagini della mostra, Valentina Movie a Palazzo Incontro a Roma la scorsa estate, dedicata al conturbante personaggio di Crepax). Ho conosciuto Valentina da piccola, proprio sulle pagine di Linus (il ’73 era passato da un pezzo ma non la magia di quella donna) e ne sono rimasta affascinata, fin dal principio. Valentina così reale, cresce e vive e respira, ama e soffre come tutti noi, come me, che ero piccola a metà degli anni novanta ma intuivo che non l’avrei abbandonata facilmente. Non si era sbagliato Oreste del Buono a inserire quell’episodio nel primo numero del ’73. E chissà quanti lo pensano ancora.

E cosa dire del secondo numero del 1975 che apre con una pagina scritta proprio dal direttore? Ci sono frammenti di storia milanese, quella Milano che non era da bere, ma da vivere, fino in fondo, fino all’ultimo banco di nebbia che aleggiava nei pressi di via Civitavecchia. E per una ragazzina come me, che veniva dalla campagna, Milano era proprio la città che del Buono descriveva e quindi sognavo quei palazzi, quel cemento, la folla in metro, l’attesa del bus, la nebbia che, ovviamente, era diversa da quella che respiravo ogni giorno.

Tra i fumetti che restano nella memoria collettiva e che hanno sdoganato la cultura creando solide basi per una forma mentis necessaria a comprenderne ogni sfumatura (a questo proposito verrebbe proprio da riprendere in mano quell’articolo di Rinaldo Traini, Il punto sui saloni, che all’indomani del decimo compleanno di Salone dei Comics e di Linus, fa il punto sulla situazione presente, un riesame del futuro e tenta di abbozzare le previsioni per un futuro prossimo), basterebbe ricordare, oltre a Valentina, i Peanuts, Corto Maltese, Bobo oppure Calvin e Hobbes mentre tra le penne, quelle a cui sono più legata (anche per motivi personali che hanno, in un qualche modo, segnato il mio futuro) vorrei ricordare Pier Vittorio Tondelli e Alessandro Baricco.
Mi ero proposta di prendere pochi numeri di Linus e invece eccomi qua, con la tavola piena di riviste e il cassetto quasi vuoto. Ma non è forse così quando si parla di Linus? Entra in gioco tutto, perché questa rivista abbraccia una vastità di vita la cui portata è smisuratamente intensa e potenzialmente esplosiva.

Linus non si è mai tirato indietro nel segnalare e discutere artisti, libri e anche fatti politici, coinvolgendo il lettore e anticipando, di gran lunga, la moderna interattività che i giornali digitali stanno, alcuni faticosamente, ricercando nei confronti dei loro abbonati. Nel quinto numero del 1995 Laura Pellegrini, meglio conosciuta come ElleKappa, discute di politica, di Silvio Berlusconi, di audience e televisione. E invita alla riflessione, al ragionamento, a “saperne di più. La dialettica è tutto”. Questo pezzo di grande giornalismo, letto alla luce dei fatti politici attuali, è un bel modo per farsi un’opinione. Oltre che imparare a conoscere la storia del nostro Paese.

E continuando a sfogliare, non posso far a meno di pensare che tutti, con la chiusura (Dalai ha dichiarato che la rivista potrebbe riprendere già a luglio) di Linus, stanno perdendo qualcosa.

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