Stefano Cucchi: la sentenza e la rabbia dell’opinione pubblica

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La sentenza della III Corte d’Assise del Tribunale di Roma ha chiuso il caso Cucchi dopo quattro anni durante i quali il dolore della famiglia è stato accompagnato ai molti, talvolta criticati e bistrattati, appelli dell’opinione pubblica che urlava giustizia e verità su una vicenda oscurata dall’omertà e dalle troppe contraddizioni.

Delle 12 condanne che l’accusa aveva chiesto, la III Corte d’Assise ha condannato, dopo otto ore di camera di consiglio, il primario Aldo Fierro a due anni, i medici Stefania Cordi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis, Silvia Di Carlo a un anno e quattro mesi e il medico Rosita Caponetti a otto mesi per falso d’ufficio mentre sono stati assolti con formula piena gli infermieri, Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. Gli agenti di polizia, Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici, accusati di lesioni aggravate, son stati invece  assolti per insufficienza di prove. L’unico testimone contro gli agenti di polizia era un immigrato clandestino scomparso, come si apprende da La Stampa, da tre anni.

“Giustizia ingiusta. Mio fratello è morto di ingiustizia. I medici dovranno fare i conti con la loro coscienza, mio fratello non sarebbe morto senza quel pestaggio”, così Ilaria Cucchi ha parlato alla stampa in seguito alla sentenza. E i genitori hanno ribadito la volontà di voler cancellare ogni ombra da questa insana vicenda: “Andremo avanti fino in fondo, scopriremo la verità. E’ lo Stato che deve trovarla” e ancora la madre: “Me l’hanno ucciso un’altra volta”. Anche il pubblico, dopo la sentenza, ha urlato la rabbia al grido di: “Assassini!”. Le urla  in poche ore, hanno raggiunto i social network, da Facebook a Twitter, dove anche scrittori e giornalisti hanno mostrato indignazione, come ad esempio Roberto Saviano.

La sentenza non ha fatto luce su ciò che è accaduto in quella settimana di metà ottobre del 2009, costata la vita a un ragazzo che “con le lacrime agli occhi ma con orgoglio tornava in comunità e provava a riprendersi la sua vita”. Su Twitter qualcuno parla di questo caso come di ferita umana inflitta dallo Stato. Questa sentenza aumenta, indubbiamente, il disagio e lo straniamento dei cittadini verso lo Stato. Questa sentenza rischia di farci scivolare in un circolo vizioso all’interno del quale non riconosciamo più le istituzioni di questo Paese. Tuttavia vogliamo, in fondo, credere ancora che ragione e verità non siano solo utopie, non siano solo parole sfruttate per lustro, per poi essere consumate e gettate via. E in nome di questo credo, dobbiamo continuare a lottare per un ideale di giustizia più alto.

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