Il Primo Maggio in epoca post-Universitaria

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Quando eravamo bambini, la festa del lavoro era una gioia perché la mamma e il papà potevano restare a casa e trascorrere del tempo con noi. Durante i primi anni di scuola, era il giorno in cui le maestre non prestavano servizio e noi potevamo restare in pigiama a guardare i cartoni animati e poi giocare in cortile con gli altri bambini. Da adolescenti, il primo maggio ci si incontrava con i compagni di scuola per trascorrere insieme una giornata diversa dal solito. Negli anni dell’università, quella stessa data rappresentava un giorno utile per recuperare lo studio o un’occasione in più per incontrare gli amici o una persona speciale. In epoca post-laurea, la festa del lavoro rappresenta il giorno in cui, più che in tutto il resto dell’anno, ci si chiede se e quando si potrà godere di tale festività in qualità di effettivi “lavoratori”.

Lavorare contribuisce al raggiungimento di quella rincuorante condizione in cui sentiamo di aver trovato il nostro posto nel mondo: da un lato, garantisce un’autonomia economica che è essenziale per potersi assicurare un’esistenza dignitosa; dall’altro, aggiunge un tassello al complesso mosaico della nostra identità. Proprio perché l’identità lavorativa contribuisce a definire chi siamo, è importante che il nostro lavoro rispecchi ciò che intimamente sentiamo di essere. Talvolta, però, la necessità pratica di lavorare induce le persone ad accettare lavori anche molto diversi rispetto a quello che desidererebbero svolgere e, se il lavoro svolto non si concilia con gli interessi del lavoratore, a lungo andare l’esperienza lavorativa può diventare estremamente pesante da sostenere.

job_educationIl giovane che svolge il lavoro dei suoi sogni rappresenta un’eccezione. Perché? Mancanza di opportunità? Pigrizia? Ostinazione a sopravvalutare le proprie capacità? Ogni caso è un caso a sé, ma forse possiamo individuare alcune macrocategorie in cui collocare bene o male tutti coloro che non sono stati così fortunati da poter vedere realizzate a pieno le proprie aspirazioni lavorative. Apparteniamo a una generazione che per poter lavorare nel proprio ambito di competenza deve accontentarsi dei contratti a termine, che spesso deve espatriare perché gli anni di sacrifici formativi vengano riconosciuti e valorizzati, che deve mortificare il potenziale applicativo del proprio bagaglio di competenze accettando incarichi che potrebbero essere ricoperti anche da persone meno qualificate, che talvolta addirittura rifiuta di compiere il passo decisivo verso l’età adulta pur di sfuggire alla ferita narcisistica che un’identità lavorativa non all’altezza delle proprie aspettative potrebbe infliggergli.

Quando mi guardo intorno, sono ben pochi i miei coetanei che vedo soddisfatti della piega che le loro vite hanno preso sul fronte lavorativo.
Molti giovani, dopo tanti anni di formazione, svolgono un lavoro che ha poco a che fare con le aspirazioni che in partenza li hanno motivati a intraprendere gli studi: ragazze laureate a pieni voti che finiscono a lavorare come segretarie, commesse o cassiere al supermercato; ragazzi che, pur avendo conseguito un titolo di studio universitario, si ritrovano a svolgere operazioni di imballaggio e trasporto merci; altri che sono costretti ad abbandonare gli studi per poter supportare economicamente la famiglia d’origine svolgendo lavori molto diversi da quelli desiderati; addirittura (di persone appartenenti a questa categoria ne conosco solamente una, ma è un caso che mi ha talmente colpita che non posso non citarlo) diplomati al conservatorio che vanno a lavorare in fabbrica.
Alcuni hanno il piacere di sperimentarsi nell’ambito prescelto, salvo poi vedere il proprio contratto giungere alla data di scadenza: molte aziende praticano un ricambio semestrale di neolaureati, traendo vantaggio dalle condizioni a cui possono consentirsi di tenere a loro disposizione gli stagisti e i tirocinanti, assicurandosi così un continuo contributo di energie fresche, senza però doversi fare carico del diritto di tali persone ad essere retribuite per le prestazioni fornite; a volte, la gavetta apre la porta a una successiva esperienza lavorativa, che però generalmente si realizza nell’arco di tempo prestabilito da un contratto a breve termine.
Qualcuno, pur di vedere realizzate le proprie ambizioni, sceglie di andare a lavorare all’estero, dove sembra che la preparazione e l’intraprendenza vengano effettivamente ripagate: probabilmente, così facendo ci si realizza dal punto di vista professionale, ma bisogna rinunciare a tante cose… anzi, più che alle “cose” si rinuncia alle persone e alla possibilità di godere quotidianamente di quei rapporti solidi che hanno preso forma nel corso di lunghi anni di permanenza nello stesso posto; si rinuncia alle abitudini legate ai luoghi del proprio passato e ci si ricostruisce una vita altrove… questo è certamente indice di ottime capacità di adattamento, ma personalmente, di giovani che si siano rifatti una vita all’estero e non abbiano nostalgia di casa, io ancora non ne ho conosciuti.
Altri non lavorano proprio: qualcuno può consentirsi di “farsi mantenere” in attesa del tanto idealizzato posto di lavoro adatto al proprio profilo professionale; qualcun altro, invece, è costretto a scendere a compromessi con se stesso, raccontandosi che un giorno riuscirà a svolgere il lavoro che ama, ma per il momento deve accontentarsi di quello che ha trovato, pur sapendo intimamente che potrebbe continuare a doversi “arrangiare” ancora a lungo e che il lavoro successivo potrebbe anche essere meno pertinente ai suoi studi di quello svolto attualmente.

festa-dei-lavoratori-480x400In questo giorno di “festa” avrei potuto passare in rassegna gli eventi storici che hanno promosso l’introduzione della ricorrenza in questione nel calendario, ma alla fine ho scelto di essere meno anacronistica e riflettere su quello che oggi mi sembra lo stato delle cose in ambito lavorativo, dalla prospettiva di chi ha trascorso la vita a studiare e si augura di poter tradurre in un’esperienza lavorativa appagante le conoscenze e le competenze acquisite. In prima persona, occupo trasversalmente più d’una tra le categorie qui sopra identificate; magari, quando i tempi saranno maturi, potrò addirittura ritrovarmi nella categoria di coloro che riescono a svolgere il lavoro che amano, o perlomeno ad amare il lavoro che svolgono…
Per il momento voglio solo augurare a tutti, giovani e meno giovani, di realizzarsi in questo mondo in cui probabilmente trovare lavoro è estremamente più difficile rispetto a cinquant’anni fa, ma che d’altra parte offre una miriade di opportunità in più per esprimersi e instaurare un contatto autentico con se stessi.

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